Una campana di 500 anni (o quasi)

Tempo fa si parlava tra amici riguardo alle opportunità di turismo che la nostra cittadina può creare e ci si chiedeva rassegnati: “Ma che ci vengono a fare qua? A vedere cosa?” Il tempo qualche risposta ce l’ha data: gli ambiti su cui occorre puntare tutto sono due, storia e gastronomia. Non mi soffermo sull’ultima perché abbiamo ben presente la prelibatezza dei nostri prodotti tipici e passo alla seconda: la storia.
Ci sono a Sant’Eufemia reperti ed edifici da tutelare e valorizzare? La risposta è sì e questo articolo vuole soffermarsi in modo specifico su un oggetto che merita tutela, restauro e valorizzazione: la campana bizantina della chiesa di Sant’Ambrogio.
Giorni fa, quindi, ho deciso di scattare qualche foto del campanile dalla piazza antistante alla chiesa, destando peraltro qualche sospetto da parte di alcuni ragazzini: “chistu chi faci?…” Oggi se non ti fai almeno due tre selfie sei, dichiaratamente, un tipo sospetto. Comunque, l’obiettivo era individuare la campana in questione per verificarne, anche superficialmente, lo stato.

Foto 1
Campanile della chiesa di S. Ambrogio a Sant’Eufemia d’Aspromonte

È forse il caso di ripercorrere quanto è stato scritto riguardo questa campana, in modo che sia chiaro a tutti di cosa stiamo parlando. Seguendo un ordine cronologico, riporto in primis la testimonianza di V. Tripodi, la cui Breve monografia su S. Eufemia d’Aspromonte del 1945 recita:

«Altro oggetto antico è una piccola campana bizantina esistente in atto sul campanile della chiesa di S. Ambrogio al Nuovo Abitato. È ornata all’intorno da fini rilievi a forma di croce greca, e porta in giro sotto la corona un’iscrizione a caratteri poco decifrabili. Tali segni impressi su carta, e mandati a Napoli per essere spiegati da professori di paleografia, indicano che tale campana è stata fusa a devozione di tal Giorgio Angurropolo di un certo Antonio nel 1552. Prima del disastro apparteneva alla chiesetta dell’Annunziata, che sorgeva poco lungi dall’attuale stazione ferroviaria e che distrutta dal terremoto, non è stata riedificata, perché in luogo pericoloso, a ridosso della riva sinistra del Marino, che produce in quel posto continuamente nuove e profonde erosioni e frane».[1]

Un articolo di F. Mosino, contenuto negli atti del convegno di studi per il bicentenario dell’autonomia di S. Eufemia da Sinopoli (14/16 dicembre 1990), specifica:

«La campana […] misura alla circonferenza di base cm. 137, alla circonferenza della corona cm. 83, è alta cm. 46,5, mentre l’attacco del vertice è alto cm. 8,5. Essa reca sulla superficie della corona una fascia con iscrizione greca. […] Il testo, preceduto e seguito da croci greche, dice:

“+ αφνβ + Χάρ (ις) Γεωργίου ’Αγγουροπούλου εκείνου ’Αντωνίου +”

e cioè “+ 1552 + Dono di Giorgio Anguropulo, (figlio) di quel famoso Antonio +”.

[…] l’ipotesi è che il committente sia stato un greco e la campana sia stata prodotta in Grecia. È probabile, ma non sicuro, che la chiesa di destinazione sia stata in Sinopoli-Sant’Eufemia.»[2]

L’ultima pubblicazione che tratta della campana è La storia di San’Eufemia d’Aspromonte di Giuseppe Pentimalli che, riprendendo quanto detto in precedenza, conclude:

«La campana si trova oggi nella chiesa di S. Ambrogio e prima del terremoto del 1908 era nella chiesa dell’Annunziata in contrada Mistra. Naturalmente non siamo in grado di stabilire a quale chiesa fosse stata donata nel 1552, ma il dono sta a significare che o in quella chiesa si praticasse il rito greco ortodosso oppure ci fosse nei pressi una comunità che parlava ancora il greco, anche se infarcito di termini dialettali femijoti».[3]

Foto 3   Foto 2

Ora che abbiamo ben presente di cosa stiamo parlando possiamo cominciare a ragionare. Mi chiedo e vi chiedo: che senso ha lasciare appeso lì quel pezzo di storia, quel testimone del nostro passato, quando ormai i megafoni sostituiscono quotidianamente il suono della campana? Vogliamo davvero aspettare che le intemperie del tempo deteriorino quel patrimonio storico? A ben vedere, Sant’Eufemia ha un discreto potenziale in questo ambito: dai resti del monastero di San Bartolomeo di Trigona, al Serro di Tavola, dal Mausoleo di Garibaldi, alle chiese del vecchio abitato fino alla stazione, che potrebbe essere riconvertita a museo della linea ferroviaria e della littorina.
La campana rientra in queste ricchezze a pieno titolo. Un’idea di turismo nel nostro territorio deve partire dalla tutela del patrimonio e dalla sua conservazione, altrimenti non può essere valorizzato e, quindi, pubblicizzato. Immaginate dei percorsi escursionistici che comprendano la visita ai siti che ho appena elencato e che, ovviamente, prevedano itinerari anche gastronomici: si tratterebbe di un turismo locale, ovvio che un milanese non parte apposta per venire a vedere solo S. Eufemia. Ma probabilmente attirerebbe i paesi vicini, soprattutto i reggini!
Mi rendo conto che si tratta di investimenti pesanti in un periodo complicato come questo e che quello che propongo non può essere realizzato in poco tempo. Sono anche scettico riguardo al fatto che quello che dico possa essere preso sul serio, purtroppo: “cu tutti i problemi chi nci su, Freedom pens’a campana…” Sarà, ma se S. Eufemia non valorizza se stessa, nessuno lo farà al posto suo e, soprattutto, non sarà diversa IN NULLA rispetto a tutti gli altri paesi (conglomerati di mattoni e cemento, ad essere precisi) di questa fascia aspromontana, terribilmente anonimi e desolanti.
Sono dell’idea che quella campana vada portata giù e valorizzata, come il resto del nostro patrimonio. Differenziamoci! Andiamo controcorrente e investiamo denaro nella nostra storia o saremo condannati a ripetere la solita litania “ca nta stu pajisi non c’è nenti”: in realtà qualcosa c’è, eccome! Ma i nostri occhi sono in grado di vederlo?

Freedom Pentimalli

COSA VEDERE A SANT’EUFEMIA D’ASPROMONTE

[1] V. Tripodi, Breve monografia su Sant’Eufemia d’Aspromonte, s. i. l. 1945, p. 19.

[2] F. Mosino, L’iscrizione greca sulla campana della chiesa di S. Ambrogio di S. Eufemia d’Aspromonte, in Sant’Eufemia d’Aspromonte, Atti del convegno di studi per il bicentenario dell’autonomia, Rubettino, pp. 173-178.

[3] G. Pentimalli, Storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte, Nuove Edizioni Barbaro, p. 112.

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