“Licenziamenti” antichi

Con l’Editto di Saint-Cloud del 12 giugno 1804, Napoleone Bonaparte fece stabilire che da quel momento in poi anche sull’allora territorio italico le tombe dei defunti venissero poste al di fuori delle mura cittadine, creando una separazione fisica tra mondo dei vivi e mondo dei morti. Le principali ragioni dell’editto erano igieniche: prima di allora, infatti, solo i nobili trovavano sepoltura sotto la pavimentazione delle chiese, mentre al popolo erano riservate sepolture di fortuna, spesso in fosse comuni mal coperte, ritrovo prediletto di roditori e cani randagi.

A Sant’Eufemia d’Aspromonte il confine virtuale tra i due regni era u gaddunèddu, il piccolo vallone dove termina il centro abitato sulla strada che porta a Sinopoli. Per molti anni e per buona parte anche del secolo scorso, dopo ogni funerale la salma veniva accompagnata fino al gaddunèddu, dove avveniva il licenzjamèntu. Una volta finito, soltanto i familiari proseguivano verso il cimitero, mentre il resto del corteo tornava alle proprie faccende.

1
Testa del corteo funebre: u tamburinàru

Secondo le testimonianze che ho raccolto, il corteo funebre era così strutturato: precedeva tutti un tamburinàru che suonava a lutto; seguivano due colonne parallele (prima di uomini, poi di donne) che reggevano le “strisce” nere, dove su di un foglio bianco si indicavano il donatore e la somma donata per un’associazione di carità, la San Vincenzo; quindi il carro funebre (curiosità: in queste foto è un carro moderno per l’epoca, è a motore; mio padre ne ricorda uno trainato da asini che recava la scritta “MADE IN U.S.A.”!);  dietro ad esso i familiari più il resto del corteo.
Era usuale fino agli anni ’60 del secolo scorso fotografare i cortei funebri. Per quanto strano possa sembrare, è grazie a questa bizzarria se oggi possiamo usufruire di immagini capaci di descrivere quelle vicende. Le fotografie di questo articolo risalgono al marzo del 1958 ed immortalano il corteo funebre di una mia bisnonna.

2
Fasce/strisce nere con donazione per l’Associazione San Vincenzo

3

4
Inizio del licenzjamèntu
5
Fine del licenzjamèntu – Proseguimento verso il cimitero

In seguito ad un’incidente avvenuto in quella curva del gaddunèddu durante un licenziamento, quando un’automobile proveniente da Sinopoli finì sulla folla causando dei feriti, il parroco Antonino Messina decise di chiudere un’era, stabilendo che da quel momento in poi i licenziamenti sarebbero avvenuti non più al gaddunèddu, bensì nelle chiese, come tutt’oggi avviene.
Il piccolo licenziamento che continua a praticarsi al cimitero è un riflesso, un retaggio, di quei tempi nei quali a “superare” il gaddunèddu erano solo “i stritti”, ossia, i familiari e gli amici intimi.

Nota linguistica: Perché si dice licenzjamèntu? Per riferirsi ad esso in italiano si usano altre espressioni, come fare/dare le condoglianze, mostrare/porgere cordoglio ecc.; in dialetto usiamo anche il verbo licenzjarsi, riflessivo (vàju i mi licenzìju = vado a dare le mie condoglianze). Se, morendo, una persona si “licenzia” dal proprio mondo, la controparte è rappresentata proprio dalle persone che, dando le condoglianze, si “licenziano” da lui in una sorta di ultimo saluto.

Freedom Pentimalli

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...