L’Avana mia

L’Avana mi ha rubato il cuore anni fa. Fin dal primo momento, quando, dopo aver attraversato la dogana ed essere uscito fuori dall’aeroporto, un’onda elettrizzante di calore e di sensuale energia si abbatté su di me come uno tsunami inaspettato, arrivato dal nulla. I cubani eccellono nell’arte della seduzione e sono spudoratamente diretti quando ti si avvicinano: con un commento o per il modo in cui ti guardano, sei destinato a sentirti voluto, desiderato ed affascinante.

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C’è qualcosa di naturalmente contagioso e originale in L’Avana e nei suoi abitanti, a partire dai colori vivaci della maggior parte degli edifici in rovina dell’Habana “vieja”. E poi il loro incedere sicuro per le strade, al di là della forma fisica o dall’abbigliamento; il modo in cui ti toccano o con quale trasporto salutano anche uno sconosciuto: un caldo abbraccio e un doppio bacio sulla guancia, la stessa guancia, come per fare in modo che il bacio arrivi realmente a destinazione. La musicalità della lingua, il modo in cui si muovono e come fanno l’amore, come se ascoltassero un ritmo antico che scorre nelle loro vene, danzando con una passione e un’urgenza quasi disperata, conseguenza delle loro problematiche vite. Soprattutto, il loro orgoglio, riassumibile nella dimostrazione ai “gringos” che sopravvivere a 55 anni di embargo è possibile e nel fatto che l’Avana è rilevante, ora più che mai.

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Quando la gente pensa all’Avana, immagina un delirio di sigari, auto d’epoca e il Buena Vista Social Club. In realtà, la capitale cubana è una calamita che attrae artisti, designer e creativi di ogni genere: una città da esplorare ora, mentre un vento di cambiamento sta risvegliando strade per decenni congelate nel tempo.
Tuttavia, consiglierei di stare lontano da Cuba se l’idea di vacanza perfetta è un pacchetto organizzato e igienizzato tutto incluso. Nulla è all-inclusive a L’Avana ed a Cuba, perché l’embargo rende impossibile soddisfare le necessità che diamo per scontate nelle “nazioni sviluppate”. È fondamentale avere una mente aperta e tanta pazienza. Bisognerebbe prendere esempio dalla gente del posto. I cubani sono molto spontanei e lo mostrano nel modo in cui affrontano le commissioni. Non c’è alcun senso di urgenza e tutti hanno un approccio piuttosto rilassato al tempo che passa ed ai ritardi, irritante per chi è maniaco della puntualità. Dovrebbero scriverlo fuori dall’aeroporto come avvertimento: “Benvenuti nella terra dove nessuno ha fretta”. Probabilmente è un effetto collaterale della miseria del salario medio cubano, che è di circa 30 $ al mese, indipendentemente da quello che uno fa nella vita. Fossi uno di loro non sarei di fretta nemmeno io.

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Considerando che per la gente del posto è illegale oltrepassare la reception o il bar di qualsiasi hotel destinato ai turisti, se si è in cerca di compagnia è più opportuno affittare un appartamento privato ​​(habitacion particular), più facilmente disponibile e meno costoso di una sistemazione in hotel. Un cartello con un’ancora BLU all’esterno dell’edificio indica che è affittabile agli stranieri.
Anche se il quartiere di “Vedado” è più di tendenza, affittare un appartamento in “Centro Habana” o “Habana Vieja” dà un’idea più verosimile di come vivano gli abitanti del luogo nelle cosiddette “cuarterie”, che sono grandi case o vecchi hotel nel centro della città. Società americane inizialmente possedevano questi edifici, ma la gente locale li occupò subito dopo la rivoluzione, suddividendo le case e le stanze degli hotel in appartamenti, aggiungendo innumerevoli pareti e soffitti.
Sino a 60 famiglie possono vivere in ognuno di questi edifici vecchissimi che non hanno mai avuto alcun lavoro di manutenzione strutturale. Al loro interno, tutti conoscono gli affari di tutti perché le pareti aggiunte sono sottili come la carta; fare la doccia è impossibile a causa della mancanza di  pressione dell’acqua e l’acqua calda è un lusso che nessuno può permettersi, proprio come l’aria condizionata. Non è raro che un’intera famiglia dorma nella stessa stanza. I cubani sono incredibilmente a loro agio uno accanto all’altro. Essendo stato in passato ospite di gente locale, anche io ora sono abituato a dormire senza cuscini, su materassi sottili stesi direttamente sul pavimento. Il caldo è costante e insopportabile: inzuppati di sudore, non si può fare altro che arrendersi a un senso di abbandono, respirare lentamente e rallentare per sincronizzarsi con il ritmo della vita cubana.

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Con il tempo mi sono abituato a fare la doccia versandomi l’acqua in testa con un secchio, a non dare peso ai mobili decrepiti o alle posate arrugginite e ai piatti rotti e smussati; così come alla dieta a base di riso bianco e poco altro e alle voci, alla vita e alla musica che esplodono attraverso le pareti in qualunque momento del giorno e della notte. Anche ad essere svegliato alle 4:30 del mattino, quando il gallo del vicino, che vive sul balcone della porta accanto, puntualmente annuncia l’alba imminente.

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L’Avana è una città per vecchie anime. Uscire è ancora il metodo migliore di fare conoscenza. Gli incontri su Internet sono praticamente inesistenti perché non c’è una rete 3G: essendo a pagamento, gli abitanti del luogo non possono permettersi di rimanere online per lunghi periodi. La connessione alla rete, confinata in hotspot sparsi in tutta la città, è accessibile solo se si acquista una carta internet, qualcosa di problematico per la gente del posto, considerando i bassi salari e il livello generale di povertà. Internet però sta virtualmente riunendo un paese che sta soffrendo una delle peggiori diaspore degli ultimi sei decenni. Non è raro incontrare cubani negli angoli delle strade, incollati allo schermo del cellulare, finalmente in grado di “vedere” un familiare dopo anni di forzata separazione fisica: chiunque si trovi dall’altra parte dello schermo può guardare e rinfrescare i ricordi perduti di un paese che non ha mai smesso di amare.
Divertirsi con pochissimo è quello che i cubani fanno meglio. Tutto ciò di cui hanno bisogno è una bottiglia di rum, un po’ di musica salsa e “El Malecón”, il lungomare dell’Avana, che per la gente del posto rappresenta il più grande divano della città, un posto dove andare di notte per prendere un po’ d’aria fresca e stare con gli amici senza spendere soldi.

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“El Malecón” è un luogo tradizionale di amicizia e di amore, ma anche tristezza. Tutti dovrebbero sperimentare il rito di “sedersi sul muro” al tramonto tenendo per mano una persona speciale o l’avventura di una vacanza, mentre i pescatori proiettano ombre silenziose e solitarie sulle rocce sottostanti. Respirare l’odore del mare e sentire la brezza sfiorare delicatamente il viso, mentre si guarda il sole tuffarsi nell’oceano, in spruzzi di arancio tendente al viola, confuso con l’orizzonte dove muore per un altro giorno. Ma per gli abitanti del posto guardare il mare è anche solitudine, perché “el maldito mar” abbraccia, ma anche isola e separa. C’è da chiedersi quanti “Habaneros”, seduti sul muro che si affaccia nel nulla di un orizzonte infinito, abbiano fantasticato almeno una volta di rischiare “la grande nuotata”, le 90 miglia che separano da Miami, dal sogno americano e da una vita diversa.

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Di fronte all’Hotel National, dove prima della rivoluzione Frank Sinatra e Ava Gardner scommettevano per nottate intere nel casino al fianco di gangsters e dei Rockefeller, c’è il “Capri”, un bar cabaret che occupa una delle sale, la “Sala Rossa”. Trascorrervi una serata è molto costoso. Inoltre, bisogna essere preparati a stupire in “stile cubano”, il che significa essere orgogliosi del proprio aspetto. Le donne devono abbracciare la propria femminilità, essere audaci e indossare abiti da cerimonia, possibilmente con spacco vertiginoso e tacchi alti! Un mix di alcol, l’attenzione maschile e il testosterone cubano le aiuterebbero poi a trovare un equilibrio e a trasformarsi in dee bellissime ed immortali, almeno per una notte. Gli uomini devono invece essere preparati a competere con una stanza piena di fusti locali. Le notti al “Capri” sono un cocktail decadente di whisky, vodka e Redbull e musica dal vivo. Niente rum al “Capri”, a meno che non ci si possa permettere i drinks più costosi. In tal caso, al “Capri” non si dovrebbe nemmeno mettere piede. Una volta dentro, non resta che bere, essere socievoli e lasciarsi trasportare in un mondo surreale, mentre si balla spalla a spalla con la “creme de la creme” di L’Avana, espatriati cubani, artisti e celebrità locali, musicisti e gigolò di alta classe, escort e loro protettori.

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Per qualcosa di più rilassante si può optare per “La Grutta”, in “Vedado”. “La Grutta” ha diverse stanze. Il seminterrato è il paradiso della salsa, anche se un mix di danza, calore e sudore lo fanno sembrare più un inferno.
Il “1830”, alla fine del Malecón, apre le sue porte giovedì e domenica, anche se è preferibile andarci domenica notte migliore, grazie all’esibizione delle live bands. L’edificio anteriore, che risale appunto al 1830, è un sito storico. Il “1830” si apre su una terrazza-cortile dove si balla la salsa tutta la notte, sotto un cielo buio ed una mappa di stelle lontane.
Nei quartieri di “Miramar” e “Galliano” ci sono anche due “Casa de la musica”, aperte giorno e notte, sette giorni su sette. A Miramar, un’antica villa ora trasformata in una casa da ballo, il sabato sera è un punto di incontro per prostitute, che si possono facilmente trovare al bar in tacchi a spillo e abiti succinti. Uscire e incontrare escort e prostitute fa parte della stessa equazione. A Galliano, la “Casa” è un edificio in stile russo risalente agli anni ’50. Le band più famose (Alexander Abreu, Maykel Blanco, Los Van Van, Manolito, Elio Reve e Bamboleo) suonano in entrambi i locali e valgono il prezzo del biglietto d’ingresso.

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A “106 Infanta” si trova “Las Vegas”, un cabaret aperto tutta la settimana. È uno dei bar più autentici di Habana; decadente, sporco ed infestato di scarafaggi che brulicano tranquillamente tra le mura scure. Palo Monte e la sua band di rumba hanno in questo locale un matinée giornaliero. La rumba cubana è un misto di seduzione e di allusioni sessuali, movimenti ritmici, sofisticati e sensuali che le donne e gli uomini occidentali non possono replicare o comprendere. Guardare la gente locale che balla rumba è semplicemente un’esperienza affascinante ed indimenticabile.
In “Centro Habana”, dietro il “Capitolio”, a “Calle Industria 502”, ci si imbatte nel bar “Sia Kara”, un bar/ristorante che attrae una clientela metrosexual. Il nome deriva da un’espressione afro-cubana che significa “lavare via il passato”. Qui, i Mojito sono economici e forti, l’atmosfera rilassata. In questo piccolo gioiello bohémien si possono trascorrere ore intere a discutere di socialismo, ammirando le bellezze locali e ascoltando un pianista che sembra in grado di suonare qualsiasi cosa a memoria, soprattutto le canzoni tradizionali. “Sia Kara” non è l’unico posto metrosexual di L’Avana. L’ambiguità è parte rilevante della cultura cubana, come d’altronde la poligamia che viene generalmente accettata, anche se è argomento del quale si preferisce non parlare. Pensandoci, ha perfettamente senso. In un paese dove la burocrazia regna sovrana, dove tutto è relativo e la creatività è sinonimo di istinto di sopravvivenza, l’ultima cosa logica da fare sarebbe definirsi.
Basta sedersi su una delle tante panchine di marmo sparse per il “Parque Central”, accanto al magnifico e recentemente rinnovato Gran Teatro Alicia Alonso di “Habana vieja” per assorbire la vita cubana in tutte sue innumerevoli sfumature. Tutt’intorno, un attento osservatore può scorgere un affascinante e disperato branco di mendicanti, puttane, gigolos e famiglie apparentemente ignare di ciò che si svolge davanti ai propri occhi, mentre i bambini giocano innocentemente a nascondino dietro il monumento dell’eroe nazionale José Marti, che domina la piazza.
Nel vicino “Paseo de Marti”, di fronte al “Capitolio”, ragazzi e ragazze si fanno infatti avanti per proporsi al solitario turista di turno. Qua, vendere il proprio corpo non è un’opzione ma un modo di vivere. Il sesso è ovunque perché permette agli abitanti locali di guadagnare un mese di salario in un’ora. C’è qualcosa per tutti e questi giovani, da allenati osservatori,   capiscono le intenzioni del turista prima ancora di avvicinarlo.

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Per gente che non ha alcuna forma di assistenza sociale, la vita a L’Avana può essere emotivamente estenuante. Ragazzi e ragazze, spesso di una bellezza impossibile, passano da uno straniero all’altro nella speranza di riuscire ad accaparrarselo, il che significherebbe la possibilità di trascorrere una settimana durante la quale qualcuno acquisterà loro del cibo e darà del denaro da portare a casa. C’è sempre qualcuno che aspetta a casa: un’intera famiglia, un fidanzato, una fidanzata o entrambi. La settimana in compagnia di uno straniero alimenta inoltre il sogno proibito di scappare da Cuba. Alla fine della vacanza, quando il turista di turno va via, porterà con sé anche le loro speranze, talvolta anche la loro dignità e pezzi della loro anima. Ma subito dopo, il ciclo ricomincia.
Sono giovani vite massacrate senza pietà dalla vita stessa. Sarebbe bene non promettere loro ciò che non si può dare. Indipendentemente da cio’ che si sceglie di fare con loro, avere un accompagnatore fa la differenza, specialmente se non si conosce la lingua. Queste persone organizzano al turista il trasporto, gli trovano un alloggio migliore se necessario, lo accompagnano ovunque e generalmente si prendono cura di lui, facendogli risparmiare denaro. Soprattutto, riescono a mostrargli il volto vero di L’Avana e la sua anima autentica, come una guida turistica ufficiale non potrebbe mai fare.
Anche se non c’è niente di facile nella vita cubana e nelle sue mille contraddizioni, i cubani hanno un’aura di positività contagiosa che è impossibile ignorare, perché non perdono mai la speranza e hanno una capacità unica e camaleontica di reinventarsi quotidianamente. Ma soprattutto, quello cubano è un popolo romantico che, di conseguenza, non ha paura di mostrare l’amore che prova. Tutti aspettano con ansia “el Dia del amor” (San Valentino): sono sicuri che il Principe Azzurro e il finale a lieto fine delle favole esistano, da qualche parte. I cubani non hanno dubbi che un giorno verrà il loro tempo e, anche se la fine dell’embargo non dovesse portare il benessere, sarà l’amore a salvarli tutti.

Dal nostro inviato

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