Intervista a Mario Forgione

Ve lo premetto, questa è un’intervista più lunga del solito. Vi assicuro, però, che le parole di Mario vi faranno riflettere moltissimo. Nel trascrivere la nostra “chiacchierata”, ho provato a trasmettere tutte quelle bellissime sensazioni che Mario è riuscito a darmi parlandomi, e che spero ognuno di voi a modo suo possa trarre e portare con sé. Credo non ci sia modo migliore di iniziare il 2018 leggendo questa incredibile esperienza di vita. Buona intervista.

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Com’è stata la tua giovinezza a Sant’Eufemia d’Aspromonte?
Sono nato in una famiglia nella quale, sin da bambino, insieme ai miei fratelli, ho imparato quanto importante fosse guadagnare ciò che si desidera con la fatica e il lavoro sodo. Ricordo ancora l’equazione “preparare tre caffè uguale un fumetto di Topolino”: era il modo in cui comprendevo il valore dei soldi. Soprattutto al giorno d’oggi, i bambini conoscono poco il mondo lavorativo, per me è stato diverso e di questo devo ringraziare i miei genitori che hanno saputo trasmettere a me e ai miei fratelli il saper diventare responsabili ed il rendersi economicamente indipendenti sin da piccoli.
Dei tre fratelli, essendo il più piccolo, sono stato sempre quello su cui ci sono state meno aspettative. I miei mi avevano suggerito di frequentare un istituto tecnico, meno impegnativo del liceo scientifico frequentato dai miei fratelli; io invece preferivo la comodità della scuola sotto casa (amo infatti ciò che è più pratico) e così mi iscrissi anch’io al liceo.
La mia materia preferita a scuola era geografia e il mio atlante della Mondadori era più che consumato. Ho sempre saputo che un giorno me ne sarei andato via dal paese, sia per il profondo interesse che avevo nei confronti del mondo, sia perché ho sempre avuto l’ambizione di fare della mia vita qualcosa di straordinario e sentivo che rimanendo a Sant’Eufemia non avrei potuto soddisfare questo mio desiderio. In paese mi sentivo limitato, volevo viaggiare, esplorare, conoscere nuove culture. Non ero certo di riuscire a farcela, ma già semplicemente porsi come obiettivo qualcosa di fuori dall’ordinario mi rendeva davvero fiducioso nei confronti della possibilità di realizzare qualcosa, prima o poi.
E così, terminato il liceo, mentre i miei amici pensavano alla scelta dell’Università alla quale iscriversi, il mio unico obiettivo era trovare il modo per riuscire ad esplorare il mondo senza dover chiedere dei soldi alla mia famiglia.
Ricordo lo scetticismo iniziale di mio padre quando gli dissi che non mi sarei iscritto all’università: mi diede sei mesi di tempo per provare ad intraprendere qualsiasi tipo di progetto avessi in mente. Fu così che decisi di arruolarmi nell’esercito. Pur essendo esente dalla leva obbligatoria in quanto terzo figlio, decisi proprio di voler intraprendere quel percorso che mi avrebbe garantito un po’ di indipendenza economica. Dopo quindici mesi come ufficiale dell’esercito a Messina, e con la reale possibilità di dover andare a combattere nella guerra del Kosovo, diventavo sempre più consapevole del fatto che non era quello il mio desiderio; e così nell’aprile del ’96 mi congedai. Esclusa l’ipotesi di un ritorno a casa, provai ad iscrivermi all’università di Palermo, alla facoltà di psicologia. Mi bastò poco tempo per rendermi conto che tra percorsi di studio e tirocini, sarei arrivato a guadagnare qualche soldo solo dopo aver compiuto trentadue anni, e questo andava contro la mia idea di indipendenza economica. Lasciai tutto e, seguendo un annuncio di lavoro che avevo letto su un giornale, senza dire niente ai miei, viaggiai per ventisei ore in treno per andare a Milano e fare il venditore porta a porta. Nonostante dei guadagni discreti ottenuti nei primi mesi, sapevo che quello non sarebbe stato un lavoro a lungo termine.

Come sei arrivato a Londra?
Il 1997 fu il primo anno di governo dei laburisti guidati da Tony Blair. Ricordo che leggendo un giornale, sull’ondata positiva di questo cambiamento politico, si parlava di come l’Inghilterra fosse il posto ideale nel quale trasferirsi e tentare fortuna. Così usai gli ultimi risparmi per comprare un biglietto open per Londra, lasciandomi aperta una finestra di tre mesi per il ritorno. Ti lascio immaginare la reazione dei miei genitori che tra l’altro pensavano fossi ancora a Palermo e non a Milano.
Devo dire che essendo stati dei viaggiatori, probabilmente è da loro che ho ereditato questa mia passione per i viaggi. Mia madre da ragazza andò in Francia, mio padre in Australia, quindi diciamo che nella mia famiglia non era inusuale prendere una valigia e partire.
Mia madre ovviamente era moto preoccupata, mio padre pure però credo abbia sempre rispettato e apprezzato questo mio modo di fare le cose in maniera indipendente e senza mai chiedere una lira, cosa che lui stesso fece molti anni prima. Prenotai sia il volo e sia un ostello dove poter soggiornare per due settimane. Arrivai Londra il 16 giugno con sole quattro sterline in tasca. Atterrato, mi resi conto di non riuscire a capire neanche una parola. Quando impari l’inglese a scuola credi di essere in grado di comprendere una conversazione, poi arrivi a Londra e non riesci a capire niente. Lì ho vissuto attimi di profondo smarrimento, momenti in cui ho pensato di aver davvero fatto il passo più lungo della gamba, come siamo soliti dire. L’ostello in cui alloggiavo ospitava molti studenti italiani e, sebbene potesse darmi un senso di conforto, era ancor più difficile riuscire a immergersi a pieno nella lingua.
In ostello mi dissero che al McDonald di London Bridge cercavano persone per lavorare, quindi insieme ad altri due italiani andammo a fare il colloquio. Quel giorno ebbi due fortune: la prima fu che questi colloqui venivano fatti in un angolo del locale, e la seconda fu quella di essere l’ultimo dei tre a fare il colloquio. Capendo poco e niente, cercai di origliare gli altri due colloqui e provare a capire quali domande venivano fatte e quali risposte avrei dovuto dare. Mi tornò utile l’essermi iscritto al liceo scientifico e l’aver studiato latino, visto che la maggior parte dei termini inglesi con più di due sillabe ha una derivazione latina. Quindi riuscii ad avere un colloquio decente e farmi assumere il giorno stesso. Mi misero alla cassa, ma quando si resero conto che non riuscivo a comunicare con i clienti, mi spostarono in cucina e da lì iniziò la mia esperienza lavorativa a Londra. Ricordo quel momento anche perché fu anche il momento del mio primo pasto, dopo due giorni a digiuno perché ero rimasto senza soldi.

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Com’è stata la tua vita nei primi anni londinesi?
Durante il mio primo anno a Londra lavoravo dalle 7 alle 15 al McDonald, dalle 18 alle 23 in un pub come cameriere e aiuto barman, e da mezzanotte all’una facevo volantinaggio per un’altro locale. In pratica il primo anno lavorai e basta, senza riposo, e con l’obbiettivo di guadagnare il più possibile. Avevo sempre impressi nella mente la fame di quei primi due giorni a Londra, il digiuno più totale e continuavo a ripetermi che quello non avrebbe dovuto verificarsi mai più in vita mia.
L’ostello lo lasciai quasi immediatamente, sapendo che per imparare al meglio la lingua, avrei dovuto farlo senza avere l’aiuto e la presenza di altri italiani. Per me era importante continuare a trovare dei lavori che mi permettessero di migliorare costantemente la mia situazione e questo era possibile solo imparando bene la lingua. L’anno prima ero nell’esercito, le persone si rivolgevano a me dicendo “signor sì”; e ora cucinavo hamburgers al McDonald e raccoglievo bicchieri in un bar. Credo ci voglia molta umiltà quando si parte da zero e molto sacrificio per raggiungere i propri obbiettivi. A differenza dell’Italia, l’Inghilterra è un paese meritocratico, quindi se ti impegni, sei onesto, hai quell’umiltà e quello spirito al sacrificio, vieni ripagato. Se sei motivato e dimostri di essere capace, non devi conoscere nessuno per progredire nel lavoro. Così, per sette anni cambiai diversi lavori, sempre comunque nell’ambito di bar, pub, discoteche, svolgendo anche la mansione di manager in alcuni di essi, e sempre facendo almeno due lavori al giorno fin quando ho compiuto trent’anni.

Parliamo del presente, come sei arrivato a fare il lavoro che fai attualmente?
A chiunque mi chiedesse cosa volessi fare della mia vita, io rispondevo sempre che compiuti i trent’anni, avrei abbandonato i lavori precari per trovarmi un’occupazione fissa, e così feci. Mollai tutto, e dopo un breve periodo di relax passato in Australia, luogo in cui io e tutti i miei fratelli siamo nati, tornai a Londra. Dopo tre mesi di colloqui con varie compagnie, mi fu offerto un lavoro part-time come commesso ai Magazzini Harrods e subito dopo, HSBC, una banca multinazionale, mi offrì un lavoro come cassiere. Il lavoro mi piaceva, ho avuto anche tre promozioni in due anni e mezzo, e quello è stato il mio unico lavoro “normale”, con orari di ufficio. Lo step successivo era diventare customer service manager, ma avrei dovuto studiare più di quanto avessi voglia, e inoltre non mi interessava più di tanto fare carriera nel mondo bancario. Quella fu una scelta che feci solo per migliorarmi sul lavoro visto che faccio sempre tutto per praticità. Amo l’idea di un percorso ideale: se da A devi arrivare a Z, devi farlo gradualmente passando per tutte le varie tappe.
Avendo qualche risparmio da parte, volevo comprare casa. In Inghilterra gli unici modi per avere contributi e sussidi per acquistare una casa sono o lavorare per la polizia o nella sanità o nell’istruzione, i cosiddetti key-work. Come detto prima, io cerco sempre di fare ciò che mi serve per realizzare i miei obbiettivi e, in quel momento, avendo avuto l’esperienza dell’esercito in Italia, la scelta più logica era quella di arruolarmi in polizia, e così feci.
Nell’ottobre del 2008 lasciai il lavoro in banca e dopo due mesi di “training”, nel gennaio 2009 iniziai il lavoro nella Metropolitan Police. Acquistata anche la casa, non avevo più interesse per quel lavoro. La svolta avvenne quando un mio amico mi consigliò di provare a fare un colloquio per la compagnia aerea Virgin Atlantic. D’improvviso mi ricordai che il mio sogno da bambino era girovagare per il mondo, ed ero nella situazione ottimale per poterlo fare. La casa l’avevo comprata, l’indipendenza economica l’avevo raggiunta e scoprire il mondo mi avrebbe reso felice. Quindi feci il colloquio e da sette anni lavoro come steward di bordo sui voli intercontinentali della Virgin.

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Che cosa significa per te “lavorare”?
Per me un lavoro non è mai per tutta la vita, è solo un mezzo per avanzare e fare qualcosa di diverso per passare alla lettera successiva di quel percorso dalla A alla Z di cui parlavo prima. Quando non mi sento più felice per ciò che faccio, io cambio. Questa è la mia ricetta per essere sereni. I cambiamenti sono degli stimoli per me, e tutto ciò che non conosci può aprirti degli orizzonti inaspettati. C’è chi la mattina si alza per andare in ufficio, io invece la mattina mi sveglio in un continente, esco per andare a lavorare, e nove ore dopo mi ritrovo in un altro continente, ed è una cosa bellissima. Gli stimoli che ho da questo lavoro sono tantissimi, perché entri sempre in contatto con persone diverse, lingue, culture, posti diversi, e lavori anche con persone nuove essendo in circa quattromila come steward e hostess di bordo. Mi adatto velocemente ai cambiamenti e anzi mi stimolano nel fare cose nuove mantenendomi giovane.

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Hai mai invogliato qualcuno, ad esempio i tuoi fratelli, a seguirti e venirsene a Londra?
No. Se la voglia di metterti in gioco non nasce dal diretto interessato, non posso essere io a mandare quello stimolo. Trasferirsi in un paese straniero è mettersi in gioco in maniera abbastanza estrema. Poi, trasferirsi all’estero a ventuno anni, quando ancora non hai uno stile di vita consolidato è una cosa, ti riesci ad adattare, altra cosa è farlo a quaranta anni quando hai i tuoi ritmi, le tue abitudini, i tuoi schemi di routine. E poi fondamentalmente nella vita l’importante è essere felice. Mio fratello Domenico è felice a Sant’Eufemia, Luigi è andato a Milano ed è poi ritornato in paese; è felice con una moglie e due figli. Io invece sono felice in giro per il mondo, ogni posto che vedo è come fosse casa mia, non mi sento mai un turista nei posti che visito, e non sento neanche di essere un emigrato. Tu sei emigrante quando partendo ti lasci dietro qualcosa, io invece mi porto dentro tutto: Sant’Eufemia, Palermo, Londra viaggiano sempre insieme a me. Diciamo che ho semplicemente allargato il mio bagaglio. Non ho mai sofferto l’abbandono del mio paese ad esempio. Ritrovo Sant’Eufemia nelle ombre, nei colori, negli alberi che mi capita di vedere in un altro continente, e quindi quando porti tutto dentro, di conseguenza non ti manca niente.

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Non ti mancano neanche i tuoi genitori? Com’è averceli così lontani?
Col passare degli anni mi preoccupo un po’ di più perché li vedo invecchiare. Non vivendo la loro quotidianità e vedendoli due volte all’anno, i cambiamenti li noto maggiormente rispetto ai miei fratelli. Tutto ciò mi fa pensare al tempo che passa, al tempo che ci rimane. Credo di mancare più io a loro che loro a me, data la mia capacità di riuscire a portarmeli dentro ovunque io vada. E credo di mancare di più a mio padre, che ha un modo tutto suo di dimostrarlo ma, sotto sotto, credo sia così. Ma sono contenti per la vita che faccio. In paese sarei rimasto contento, qui invece sono felice e questo loro lo sanno. Quando nel corso degli anni dimostri di essere una persona valida, facendo cose che nessuno si aspettava tu potessi fare, ti riempie di orgoglio e credo i miei siano molto orgogliosi di me. A quanti capita di fare il manager in un locale, friggere panini in un Mc, lavorare in banca, poi fare il poliziotto, poi lo steward; in molti guardando il mio curriculum mi dicono “ma quante vite hai vissuto?” e tutto questo fa parte del percorso straordinario che sto compiendo, ossia la vita.

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Com’è vivere a Londra?
Londra è casa. Mi stimola al punto che nessun altro posto riesce a darmi le stesse sensazioni. È una città di opportunità, è una città aperta, è una città che ti permette di fare quello che tu vuoi fare e non necessariamente quello che gli altri vorrebbero che tu facessi. È una città cosmopolita, dove puoi incontrare persone di tutte le razze ed etnie, un vero e proprio melting pot di culture. Io vivo nella parte sud di Londra, a Old Kent Road, dove mi bastano 20 minuti in bici per arrivare a Trafalgar Square per intenderci.

Credi che sarà la città in cui vivrai il resto della tua vita?
Assolutamente no. Parlo fluentemente anche lo spagnolo visto che negli ultimi 5 anni sono stato spesso a Cuba, sto pensando che magari tra qualche tempo potrei trasferirmi a Madrid. Why not? Lo posso fare. Affittando la casa a Londra riuscirei sia a pagare il mutuo di quella casa e sia  pagarmi un affitto in Spagna, senza toccare neanche lo stipendio. O addirittura potrei tornare in paese e non fare niente, ma non mi si addice molto quest’ultima ipotesi. Di sicuro ho ancora molto da vedere, da fare, possiedo questa mia grande curiosità che ha ancora tanto di cui nutrirsi prima di ritenersi soddisfatta. Non so ancora, devo decidere, ma di sicuro non mi vedo ritirato a invecchiare a Londra. Ma quando arriverà quel giorno, più che a Londra, mi vedo ritirato in una casetta sull’Aspromonte, con un bell’orto da coltivare, da solo. Io ho passato la mia adolescenza passeggiando per i boschi vicino casa. Mi dà pace, mi dà tranquillità, mi piace il contatto con la natura. Nel mio appartamento a Londra ho tantissime piante che coltivo e faccio crescere. Sono riuscito pure a far nascere due piante di avocado dai semi che mi sono portato da Cuba. Quindi la natura mi è sempre piaciuta, mi piace la pace dell’Aspromonte, il silenzio dell’Aspromonte, il freddo e l’aspro di quella montagna con la quale mi identifico. C’è un dolcissimo contrasto tra qualcosa di aspro e qualcosa che allo stesso tempo di fa sentire cullato, ti fa sentire benvenuto. Mi piace il contrasto del freddo d’inverno e caldo d’estate, semplicemente mi trovo bene.

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Girare il mondo ed essere pagato anche deve essere molto bello, c’è un posto che non hai ancora visitato e nel quale ti piacerebbe andare?
Con il mio lavoro posso scegliere una tappa al mese in cui viaggiare. Quindi diciamo che mi creo il mio lavoro decidendo io dove voler andare, girare il mondo e soddisfare la mia curiosità. Alla fine sono riuscito a unire l’utile al dilettevole trovando un’occupazione che mi dà indipendenza economica e mi permette di viaggiare. In più il vantaggio della mia compagnia è che ogni viaggio prevede di fermarsi a destinazione per diversi giorni. Adesso che parlo meglio lo spagnolo mi piacerebbe esplorare un po’ il sud America visto che sono stato solo qualche volta in Brasile.

E invece qual è il posto più bello in cui sei stato?
Cuba è il posto che adoro più di tutti. Cerco di andarci un paio di volte ogni mese. E l’Avana in modo particolare mi ricorda le strade di Palermo dove ho vissuto per quasi un anno. Entrambe hanno vissuto la dominazione spagnola ed hanno quindi similarità architettoniche che riconosco. È un’isola molto musicale e devo dire che l’Avana è una città unica al mondo, sia a livello culturale, sia come stile di vita e per di più i cubani sono un popolo molto pratico, quindi mi identifico molto con loro.

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Prima hai parlato di un percorso dalla A alla Z nella tua vita: a che lettera sei oggi?
Per tanti dovrei già essere alla Z, ma credo mi manchino ancora tante lettere per arrivare a destinazione. A modo mio, qualcosa di straordinario magari l’ho già fatto. Credo però che quando la si guarda da vicino, la vita offra innumerevoli opportunità per sperimentare cose considerate non ordinarie dalla maggioranza delle persone. Ecco, mi piace lasciare la porta spalancata e lasciare che la vita mi conduca in posti inaspettati. Osservare è importante. Per esempio, guardo mio fratello Domenico e mi viene voglia di scrivere un libro. Storie e vita da raccontare ne avrei. Le parole a me vengono facili. Un best-seller, ovviamente, se mi aiuta mio fratello!

Continui a parlare di voler fare qualcosa di straordinario, è un obiettivo che per realizzarlo richiede molta forza e fiducia in se stessi, è così?
Credo in me stesso in una maniera tale da spingermi oltre e voler provare a fare qualcosa di straordinario. Non sto dicendo di essere speciale, assolutamente. In tanti hanno talento, ma forse non hanno avuto abbastanza stimoli per spingersi oltre e non sono stati capaci di credere molto in se stessi, e questo fa la differenza. Non c’è niente di straordinario in me, non sono né il più intelligente né il più bello o il più simpatico. Anzi, ritengo i miei fratelli molto più intelligenti del sottoscritto, ma non hanno avuto la fortuna di ricevere quegli stimoli che sono riuscito a recepire io nel corso degli anni in giro per il mondo. Non è mai il migliore o il più preparato a ricevere il posto di lavoro, ma quello che ha più fame; fame di fare, fame di eccellere, e io quella fame ce l’ho. Crescere all’ombra dei miei due fratelli maggiori ha contribuito a far nascere in me il desiderio di dimostrare a tutti quanto valgo. E questo ha fatto crescere la fiducia in me stesso. Quindi quando voglio fare qualcosa nella mia vita, è come se piantassi un seme e lo lasciassi maturare, anno dopo anno, fino a farlo crescere per vedere la pianta che ne è uscita fuori. Ed è quello che ho fatto, ora sto viaggiando per il mondo, che è esattamente il sogno che avevo quando avevo sette anni.

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Anche se non ci sei nato, il paese di Sant’Eufemia è il luogo in cui sei cresciuto prima di abbandonarlo. Cosa significa per te questo paesino e come lo ritrovi ogni volta che ci ritorni?
Io vedo Sant’Eufemia come il paese delle opportunità perdute. La posizione strategica che ha il paese a quindici minuti dal mare e a mezz’ora da un impianto sciistico lo avrebbe potuto rendere un punto di riferimento per tutto il territorio circostante, ma purtroppo non si è fatto abbastanza. Il declino è iniziato negli anni Novanta con la chiusura della Centrale della moda, che per quanto mi riguarda, era il motore portante dell’economia eufemiese. Il problema a Sant’Eufemia è che tutti si aspettano che sia qualcun’altro a fare qualcosa. Ma in questo mondo se non ti aiuti da solo, non ti aiuta nessuno. La mia esperienza di vita nasce tutto da questo presupposto. Mi dà molta tristezza pensare a com’è ridotto il mio paese; ogni volta che ritorno, prima di girare l’angolo, c’è molta aspettativa, ma poi quando arrivo c’è la triste realtà di un paese che languisce e questo mi dà rabbia. Per questo dico che da vecchio mi vedo da solo in una casetta sull’Aspromonte, ma non a Sant’Eufemia. Non mi permetterei mai di giudicare chi ci vive, anzi. Ho rispetto assoluto per chi resta, perché ci vuole coraggio anche nel restare. Sant’Eufemia è una dimensione che non fa per me perché non mi stimola come dovrebbe. A gennaio compio quarantatré anni e vorrei avere più tempo per me stesso. Inizio ad essere in una fase della mia vita dove devo pensare più alla qualità che alla quantità della vita. Ho gettato le basi per poter vivere la vita con qualità, quindi ora sono nella condizione di poter rallentare e assorbire il mondo, che è una cosa bellissima.

Il paese si sta spopolando purtroppo, cosa ti senti di consigliare sia ai giovani che se ne vanno e a quelli che restano?
Se decidi di andare via è perché senti di non vivere. Magari sopravvivi ma non vivi quella vita che vorresti. E passare la vita a sopravvivere non credo sia una cosa che una persona normale voglia. Quindi quando una persona sente di voler provare a vivere e non può farlo dove sta, dovrebbe andare via. Quello che ci tengo a precisare è che non è necessario conoscere qualcuno per potersene andare in un posto diverso. Basta leggere le altre tue interviste o chiedere agli svariati parenti che abbiamo in giro per l’Italia per vedere come quando qualcuno è emigrato lo ha fatto sempre andando in un posto dove poteva appoggiarsi a un parente o un amico, ma non deve essere per forza così. Se ce l’ho fatta io ce la può fare chiunque. L’importante è seguire il tuo istinto e credere in te stesso e, soprattutto all’inizio, avere molta umiltà e determinazione. Se vuoi fare qualcosa ti alzi e la fai, anche se gli altri ti dicono che sei pazzo, come è successo a me. In tanti mi dissero “ma aundi vai”, e quelle stesse persone oggi mi dicono “eh, fascisti bonu ca ti ndi histi”.

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Hai detto che tu ti porti dietro tutto e quindi non ti manca niente. C’è un aspetto del tuo essere calabrese di cui vai fiero e che esponi fieramente in giro per il mondo?
Una delle cose che faccio spesso, ed è una caratteristica prettamente calabrese, è cucinare per gli amici. La nostra vita in Calabria si svolge in cucina, il nucleo familiare è lì che si concentra. Quando cucino, io conosco la gente ed è un modo per me per condividere la mia cultura cucinando prevalentemente piatti calabresi; è anche un modo per condividere amore, perché per noi la cucina è amore. Poi un’altra cosa che faccio spesso è spiegare alle persone, agli amici, il posto dal quale provengo. Solitamente, con le persone con cui parlo, il fatto di essere un italiano meridionale, lo identificano con la Sicilia, quindi devo spiegare che esiste un po’ più in là un’altra bellissima terra che si chiama Calabria, che il fatto che faccia sempre e solo caldo al sud Italia è una leggenda metropolitana, che le casalinghe che stendono a mano la pasta fresca tutti i giorni è un mito cinematografico degli anni ’50, insomma cerco di raccontare la verità. Dico che il nostro cibo è più buono, più saporito, che in Calabria c’è una italianità spiccata rispetto alla maggior parte delle altre regioni italiane, che il nostro dialetto deriva dal greco, che la nostra terra faceva parte della Magna Grecia e che abbiamo una storia millenaria che altri non hanno e che dovremmo rivalutare. Allora quando dico tutte queste cose, quando dico che vengo da un paese in cui in quindici minuti arrivo al mare e in mezz’ora sono a sciare, tutti mi chiedono “e perché non vivi là?”

E tu cosa rispondi?
Ci posso sempre tornare.

Davide Carbone

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