Katia Colica – Il tacco di Dio

Il testo di Katia Colica è un ibrido che coniuga l’inchiesta giornalistica alla denuncia sociale. Il tutto rivisitato in chiave narrativa.
La narratività dell’opera si rintraccia nella ricostruzione dell’incontro tra la scrittrice, da anni impegnata nel sociale, e Arghillà, da dove prende forma una sorta di monologo di quartiere, a cui vengono prestate le orecchie che non ha mai avuto. La scrittrice ascolta (e noi con lei) storie di ordinaria emarginazione, introducendo la questione con brevi analisi su interventi urbanistici di edilizia popolare che hanno preso forma in diverse regioni del Sud Italia, da Scampia allo Zen di Palermo, passando per il Librino di Catania.
Il libro ruota attorno al rapporto centro-periferia. Sbatte in faccia una realtà triste anche a livello letterario, dove risuona come voce nuova. Per secoli, anche a ragione, gli scrittori calabresi hanno puntato il dito contro il Nord, quale centro di un potere che ha abbandonato il nostro territorio. Katia Colica mette sulle tracce di un sud nel Sud, di quello più dimenticato dal Sud stesso, concludendo che il Nord non è così lontano e, beffardo, strizza l’occhio dal centro cittadino pochi chilometri proprio più a Sud.

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Oltre a mettere in risalto le dinamiche tra centro economico e povertà periferica, le voci riportate disegnano un’umanità ferita dall’indifferenza, ma che non si vergogna di mostrare le proprie ristrettezze, i propri destini segnati, l’impossibilità di sognare, di immaginare un futuro diverso.
La sensibilità della scrittrice interagisce con il punto di vista dell’architetto nel fornire alle storie una cornice nella quale Arghillà viene personificata, resa umana in quanto luogo, forse perché di umano ha ben poco. Al tempo stesso, però, sembra di ascoltare i pensieri dell’anima del luogo stesso. Corpo e anima: dal primo vengono le storie dirette, mentre la seconda affida alla scrittrice le proprie silenti speranze per evitare l’oblio (“Perché, ora lo so, il tuo compito non è quello di dare risposte, ma di ricordare”).
Il gioco dei punti di vista, uno dei quali è mobile, va e viene dalla città, mentre l’altro ha radici, per quanto labili, permette di immedesimarsi e di entrare in empatia con una realtà così vicina e, allo stesso tempo, così remota, frutto della mancanza di un serio progetto di integrazione che sfocia, come da rito, in una ghettizzazione.
Raoul Maria De Angelis, scrittore calabrese del secolo scorso, scrisse che “se il vento è padrone del mare, l’uomo è padrone della barca”. Se l’andazzo contemporaneo pone a ideale l’apparenza ed il denaro, è rassicurante vedere come qualcuno sappia fare buon uso della propria barca, condividendola con chi sta per affogare nell’anonimato di una città narcisa, che sa guardarsi in uno specchio fisso lungo un chilometro soltanto, specchio che questo libro ha incrinato per sempre.

Freedom Pentimalli

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http://www.inward.it/attivita/no-a-tutti-i-razzismi-roskloste-a-reggio-calabria

 

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