Intervista a Vincenzo Parisi

Ho avuto la fortuna di conoscere il professore Parisi il 1° Ottobre 2017 al raduno degli Eufemiesi emigrati al Nord. In questo mese ci siamo sentiti e incontrati diverse volte. Quello che più mi ha colpito di lui, per esperienza diretta e indiretta, è un amore immenso e incondizionato per il proprio paese d’origine. Nelle sue parole e nei suoi atteggiamenti, sempre calmi e pacati, trasudano sentimenti nobili e raffinati verso una terra che lo ha arricchito tantissimo a livello umano e alla quale egli ha provato a restituire il favore. Ho provato così a raccontare e a farvi conoscere una persona che ha sempre provato a fare qualcosa di buono per il nostro paese. Buona intervista.

Com’è nata la figura del Professore Parisi?
Io sono nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte il 24 Novembre 1945. Dopo il diploma nel ’69 andai nelle Marche per iniziare a insegnare, ma nel frattempo mi iscrissi all’ISEF di Napoli, ossia l’Istituto Superiore di Educazione Fisica e, dopo essermi laureato, tornai in paese nel ’72 come insegnate di ruolo. In paese feci l’insegnante, il vicepreside e nei momenti in cui il preside Battaglia stava male, svolsi anche le funzioni di preside. Insegnai anche a Sinopoli, Palmi e Bagnara. Essendo insegnante di educazione fisica, avevo un rapporto particolare con i giovani e con alcuni di loro ho ottenuto anche delle belle soddisfazioni a livello sportivo. Ricordo con affetto Luppino, un mio caro studente con il quale riuscimmo a vincere le competizioni regionali di corsa negli 80 metri e arrivare a Roma alle gare nazionali.
Ma ricordo anche tutte le passeggiate che nel periodo estivo, una volta concluso il periodo scolastico, ero solito fare con molti miei alunni nei dintorni del paese. Ricordo come alcuni ragazzi si allontanavano per andare a “rubare” negli orti vicini, motivo per il quale i proprietari si arrabbiavano, soprattutto con me. Ricordo i numerosi viaggi che ho avuto modo di organizzare per i miei studenti, alcuni dei quali alla Camera dei Deputati, al Senato e al Quirinale, nella costiera amalfitana, a Venezia; o ancora, le settimane bianche sulla Sila che oggi credo non si facciano più. Oggi possono sembrare scontate ma un tempo non lo erano. Il mio obbiettivo era sempre e solo uno, avere un occhio di riguardo per il sociale: il viaggio dei ragazzi e per i ragazzi. Se qualcuno non poteva permettersi di sostenere le spese, andavo in giro per il paese, organizzavo riffe e tutto il necessario affinché si riuscissero a trovare i soldi per permettere a chi non era ricco di poter vivere una bella esperienza. Il ricco avrebbe potuto ugualmente visitare quei posti in altre occasioni, ma il figlio del contadino d’Aspromonte, quasi certamente non avrebbe potuto, e non mi sembrava giusto. Abbiamo raggiunto anche dei bei traguardi con il teatro arrivando secondi in una competizione di teatro dialettale a livello nazionale grazie alle storie del professore Coloprisco.

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Com’è cambiata la scuola e l’Istruzione nel corso di questi decenni?
C’è stato un grosso cambiamento. Una volta a scuola c’era rispetto da parte degli alunni nei confronti degli insegnanti e dell’istituzione in generale; oggi invece lo studente ha una concezione del tutto diversa. Vede la scuola come una passeggiata, come un qualcosa poco di serio, assecondati spesso in tutto dai genitori. Ormai i ragazzi vivono una vita diversa senza possedere quei valori e quella cultura nei confronti della scuola e delle altre persone. Una volta la scuola educava, magari gli insegnanti ti davano anche una sberla quando necessario, sapendo di avere l’appoggio dei genitori; se un insegnante arriva a tanto è perché l’alunno qualcosa di male l’ha fatto, cosa che i genitori capivano. Oggi, anche a causa della legge italiana, è tutto cambiato e la scuola non ha più i principi di una volta. Questo non vuol dire che oggi l’insegnante non sappia educare; le nuove leggi hanno cambiato i metodi, non fornendo più agli insegnanti le modalità e i mezzi giusti per poter educare. Oggi un ragazzo si può permettere di dire quello ciò che vuole ad un insegnante, e quest’ultimo non può far niente. Se sceglie la nota disciplinare, il ragazzo se ne infischia; se ne parla ai genitori, gli stessi danno ragione al figlio e magari l’insegnante rischia anche una denuncia; in pratica si trova con le mani legate. Pochi giorni fa leggevo del provvedimento di sospensione dell’autobus che dal paese porta i ragazzi a scuola fuori da Sant’Eufemia, per via dei danni che alcuni di questi studenti hanno recato al bus. Questa è la dimostrazione di come oggi i ragazzi si sentano liberi di fare qualsiasi cosa incuranti della legge o dei genitori. Questo dovrebbe allarmarci tutti e farci comprendere quanto sia fondamentale che la scuola torni ad avere una importanza primaria nell’educazione dei ragazzi, avendo il pieno sostegno delle famiglie.

Qual è stato il percorso che dal nostro paese l’ha condotto a Milano?
Ero al mare a Scilla quando conobbi il sottosegretario Colucci. Lo portai a Sant’Eufemia, gli feci vedere il paese, l’Aspromonte, e lui ne rimase incantato. Trascorso poco tempo dal nostro incontro, mi propose di andare a Roma e lavorare al Ministero delle Finanze. Non volevo lasciare il mio paese dove tra le altre cose ero assessore, ma credendo sarebbe stato un incarico temporaneo accettai e andai nella capitale. In realtà iniziai al Ministero della Pubblica Istruzione con il sottosegretario Fincato, per poi passare alle Finanze con Colucci, poi ai lavori Pubblici e infine all’Ecologia. Ho finito la mia carriera a Roma nel 1992. Ricordo bene quel periodo perché fu quando scoppiò Tangentopoli ed essendo io in una segreteria politica, vedendo molti miei colleghi arrestati, se pur completamente estraneo ad ogni vicenda, capii che era meglio cambiare aria. Visto che in tutti questi anni continuavo a fare la spola tra Roma, città in cui lavoravo, e Milano, città in cui vivevo e in cui mia moglie aveva vinto il concorso per insegnate, decisi di stabilirmi definitivamente a Milano e lavorare all’Inail fino a cinque anni fa quando finalmente sono andato in pensione.

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Com’era il suo rapporto con il paese di Sant’Eufemia d’Aspromonte?
È stato sempre magnifico e io mi sono sempre impegnato per il paese e per i giovani eufemiesi. Il 4 Settembre del 1977, grazie a un’idea del sig. Carbone della centrale del Mobile, discutendo col sindaco Pentimalli e tutta l’amministrazione di cui all’epoca ero vicesindaco, coinvolgendo i giovani, il cui aiuto è stato fondamentale, riuscimmo a far svolgere proprio la finale del concorso di Miss Italia a Sant’Eufemia d’Aspromonte. Ricordo tutto di quella sera, condotta da Alberto Lupo con vincitrice Anna Kanakis, di Messina, alla quale poi il sig. Carbone regalò una camera da letto in segno di amicizia e stima.
Un’altra cosa di cui vado fiero è essermi speso per l’associazione Sant’Ambrogio, creata dal sarto Vincenzo Fedele, con la quale, oltre agli aspetti più legati alla moda, siamo riusciti a diffondere e promuovere molte iniziative culturali, sagre e manifestazioni legate al nostro paese e ai nostri prodotti. Questa stessa associazione ha pubblicato un libro su Sant’Eufemia e ha addirittura stampato un giornale con cadenza trimestrale, spedito agli abbonati in tutta Italia, il giornale “Incontri”, i cui temi trattati si riferivano non solo al nostro paese ma anche ai paesani emigrati, insomma sarebbe la versione cartacea degli anni ’90 di Pont’i carta.

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Come giudica il suo operato politico in paese, prima da assessore e poi da Sindaco?
La mia priorità restava comunque il mio impegno per il sociale: volevamo ad esempio ristrutturare il comune mantenendo però la vecchia struttura. Purtroppo però, nella fase di ristrutturazione interna, con le ruspe che lavoravano e creavano vibrazioni, le mura esterne cominciarono a sgretolarsi e danneggiarsi, così fu necessario costruire una struttura nuova, cosa che mi ha molto amareggiato.
Ciò che di utile e buono siamo riusciti a ottenere sono stati, per esempio, i pulmini scolastici; abbiamo ottenuto anche dei camion eco-compattatori e dei cassonetti che si potevano svuotare nei camion. Avrei voluto vedere realizzate opere di verde pubblico, sia in Pineta, per la quale era stato messo a punto un  progetto bellissimo che poi non è mai stato realizzato, sia al campo di tiro al piattello dove poi non si fece nulla; altri lavori avrebbero dovuto riguardare la piazza del rione petto, successivamente realizzata ma con innumerevoli problemi, e anche al vecchio abitato, dove venne realizzato un campo da tennis dietro la chiesa della Matrice, ma sbagliarono le misure del campo e quindi fu tutto annullato. Ero molto amareggiato da tutto ciò, tanto che alla fine, dati anche molti disaccordi nella mia giunta, decisi di lasciare l’incarico da sindaco dopo essere succeduto a Pentimalli.

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Quale consiglio darebbe agli amministratori odierni e futuri nel nostro paese?
Quando un sindaco o un’amministrazione, per la realizzazione di una strada, o per aver portato la luce, o il gas, ne fa motivo di merito, purtroppo sbaglia, perché non ha fatto niente di speciale. Ha semplicemente garantito ai cittadini un loro diritto in quanto i cittadini hanno pagato le tasse per quei servizi. Dovrebbero invece impegnarsi dando importanza al sociale, ai giovani, creare le strutture necessarie per far emergere nuovi posti di lavoro, altrimenti i giovani saranno costretti a migrare. Bisogna quindi lavorare sempre per il bene della collettività senza pensare ai propri meriti.

Lei ha vissuto la politica in prima persona sia in una realtà piccola come Sant’Eufemia e sia vedendola da vicino in un contesto molto più grande come Roma; com’è cambiata negli anni la politica?
Una volta c’era la politica con la P maiuscola, ora non più. Un tempo si faceva la lista di un partito, e tutte le persone che vi erano all’interno, erano militanti che avevano a cuore gli ideali di quel partito. Oggi non è così, specie nei piccoli paesini come il nostro. Quello che conta oggi per una persona che viene scelta e inserita in una lista è quanti parenti possiede, quanti voti è in grado di portare alla lista, o se ha conoscenze dietro in grado di portare tanti voti alla lista, senza curarsi neanche del fatto se sia una persona che sappia leggere o scrivere. Quindi oggi interessano solo i voti, in passato interessavano sì i voti, ma contavano anche le persone che si sceglievano. Soprattutto in tempi come questi, durante i quali l’Europa mette a disposizione diversi bandi per ottenere finanziamenti, è indispensabile la competenza per amministrare bene. Ricordo una volta col Prof. Lombardo che cercavamo di ottenere dei fondi per costruire la strada che scende e porta al cimitero, ma nessuno voleva darci questi fondi. Rimanemmo seduti sulle scale del palazzo della Regione dalla mattina alle 8 fino alle 22:30, un’intera giornata insomma, ottenendo finalmente il mandato e i soldi, 6 milioni ricordo, per costruire la strada che tutt’ora esiste. Ai miei tempi quindi era più un lavoro di sacrificio, ma oggi bisogna conoscere bene gli strumenti e le leggi per sapersi muovere bene attraverso la burocrazia e amministrare correttamente.

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Cosa si porta dentro della sua giovinezza in paese?
Ho tanti bei ricordi legati alla mia infanzia in paese. Per fortuna, per mio carattere, sono stato sempre in accordo con tutti; una delle cose che più mi manca sono tutte le scampagnate che facevamo con i miei amici. A quell’epoca non voleva dire andare in ristoranti o pizzeria, ma organizzare nelle case di ciascuno di noi a turno, trascorrendo le giornate insieme alla famiglia. All’epoca amicizia voleva dire essere davvero solidali gli uni con gli altri e quando un amico aveva qualsiasi tipo di problema noi facevamo di tutto per risolverlo insieme. Infine non posso dimenticare tutte le gite che facevamo approfittando dei pullman dell’azione cattolica. Erano tutti modi per stare insieme e divertirci.
Oggi di quegli amici non è rimasto nessuno in paese sono tutti quanti emigrati come me. Però devo dire che nel corso di questi numerosi anni, sia nel periodo trascorso a Roma che a Milano, quando ho avuto la possibilità di spendermi per i paesani e aiutarli l’ho sempre fatto, perché era un modo di amare il paese di Sant’Eufemia a modo mio, una questione di affetto insomma.

Con gli eufemiesi emigrati riesce a vedersi ogni tanto?
Il mio rapporto con gli eufemiesi emigrati è stupendo. Si parte dal presupposto che c’è sempre molto rispetto tra di noi e con molti di loro nei weekend ci si vede per trascorrere del insieme. Quindi cerco di tenere sempre vivo questo contatto con i miei paesani. E anche quando non riusciamo a vederci, ci teniamo sempre in contatto telefonico.

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So che era stato proposto un gemellaggio tra il nostro paese e la città di Milano che poi non andò in porto, cosa successe?
Il gemellaggio era stato predisposto, poi non so il motivo per il qualche non venne notificato al comune di Milano. Per l’occasione, in paese arrivò anche una loro delegazione insieme agli ingegneri; noi infatti ci impegnammo a fornire al comune di Milano un terreno sul quale costruire un villaggio polivalente per le famiglie dei dipendenti del comune di Milano. Ma terminata la mia carriera politica in paese, non so cosa si sia successivamente verificato.

Parliamo del circolo culturale Corrado Alvaro che ha creato a Milano e di cui è stato presidente, una bella soddisfazione giusto?
Sì. Alvaro è stato uno è dei più grandi scrittori calabresi, nato a San Luca; ha lottato tanto per far conoscere la nostra bellissima Calabria in un contesto estraneo alla solita etichetta che ci caratterizza, la ‘ndrangheta. Da Corrado dovremmo prendere tutti spunto e far nostro quel suo modo di amare la Calabria e i calabresi.
Come circolo cercammo di diffondere il più possibile la cultura calabrese al nord organizzando manifestazioni legate alla nostra tradizione culinaria e soprattutto letteraria, invitando vari scrittori e intellettuali calabresi. In occasione di una manifestazione commemorativa su Corrado Alvaro, il comune di Milano mise a disposizione il circolo della stampa; fu una bellissima manifestazione alla quale presero parte anche personaggi illustri come il presidente Cossiga, grande estimatore della Calabria. Ho provato una grandissima emozione nel conoscerlo e nel ricevere una targa commemorativa da parte sua. Per di più, l’assessore della provincia regalò sia a me e sia a Cossiga una cravatta uguale, quindi la indossammo entrambi, e quella fu una cosa simpatica.

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Quando si parla di Sant’Eufemia, si dovrebbe parlare di un territorio molto più ampio come quello dell’Aspromonte. Che correlazione esiste tra i due?
L’Aspromonte è meraviglioso. Vicino al nostro paese ricordo che, mentre ero assessore, furono fatti degli scavi a Serro di Tavola dove furono trovate anfore e reperti antichi, oltre a una vecchia strada romana. L’Aspromonte fu un territorio di passaggio di vari popoli e culture ed è grazie a questa montagna e alle sue caratteristiche morfologiche che sono nati tutti quei paesini che conosciamo oggi. Ci sono delle zone meravigliose che solo negli ultimi anni stanno iniziando ad essere rivalutate e si sta iniziando ad investire per creare qualcosa per favorirne il turismo. Questa credo sia la strada giusta ma bisogna darsi da fare per valorizzare al massimo il patrimonio che abbiamo. Dato che l’Aspromonte è la terra in cui si è svolta la questione Garibaldina, dove fu ferito Garibaldi e dove ancora oggi esiste il mausoleo, ricordo che venne addirittura il presidente Spadolini, grande ammiratore di Garibaldi, e con lui avevamo parlato della possibilità di creare un centro di studi garibaldini, purtroppo però poi non se ne fece nulla.

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Qual è, infine, il suo auspicio per il futuro della nostra terra?
I giovani dell’Aspromonte devono riuscire a liberarsi dalla mentalità retrograda che avevano i nostri padri, eliminare gli individualismi e gli opportunismi e unirsi tutti insieme magari in cooperative, creando progetti validi, per provare a creare qualcosa di buono, essendo un’unica forza, provando in tutti i modi a diffondere e valorizzare i nostri prodotti e le nostre bellezze. I giovani devono capire che l’Aspromonte deve diventare il fulcro della loro vita. Aspromonte non vuol dire solo zappare la terra, quindi un discorso legato solo all’agricoltura, ma può e deve diventare una questione turistica e industriale. Dico industriale ad esempio, perché ricordo in passato, nel 1996 tramite la Pro-loco, si provò a fare un accordo con la Pai, noto marchio che produce patatine, affinché creasse a Sant’Eufemia un centro di trasformazione del prodotto così che utilizzassero tutta l’enorme fornitura di patate che il paese poteva offrire. Purtroppo poi non andò in porto neanche questo progetto; tutto ciò però è per dire che le idee e i progetti validi e costruttivi per il paese e per il territorio possono nascere e con impegno e bravura possono essere concretizzati.

Davide Carbone

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