Oltre la questione politica: cosa ci insegna il popolo catalano

In questi giorni gli eventi politici più bollenti all’interno del quadro europeo arrivano dalla Spagna e, in particolare, dalla Catalogna. Chiunque, anche per sbaglio, ha sentito o letto della situazione che si vive nella regione con capoluogo Barcellona. La mia intenzione non è annoiarvi con una lezione di storia sui movimenti indipendentisti e radicali del panorama storico europeo. Anzi.

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In primo luogo, chiariremo le ragioni per cui il popolo catalano pretende questa indipendenza dal governo spagnolo, soffermandoci sulla questione strettamente sociale. In secondo luogo (e sarà questo il nucleo della riflessione di oggi), proveremo a instaurare un difficile collegamento tra due attitudini politiche e socio-culturali completamente diverse. Da un lato il popolo catalano, storicamente autonomista e in alcuni casi addirittura estremista, forte di un legame identitario con la propria terra e la propria lingua, e dall’altro lato la nostra gente, conservatrice, tradizionalista, spesso nociva alla propria terra, con piccoli sprazzi di ribellioni e insurrezioni nel corso della storia.
Le ragioni per cui è richiesta la completa indipendenza dalla corona spagnola, (visto e considerato il possesso già di un’ampia autonomia) sono molteplici. Le prime richieste di autonomia hanno delle radici storico-culturali che trovano spiegazione nella forte identità culturale diffusa già prima dell’unificazione spagnola del XV secolo e che si è protratta nei secoli, corroborata dall’uso di una propria lingua d’origine.
Nel corso degli anni il nazionalismo di questa regione si è alimentato, tanto da essere stata il bastione antifranchista durante la guerra civile e l’ultimo baluardo contro il conseguente regime fascista. Ad oggi la Catalogna ha raggiunto una grande ricchezza economica dovuta alle industrie ed al turismo, a tal punto da influenzare parecchio l’economia della Spagna. Pertanto le motivazioni non sono più semplicemente culturali, bensì economiche e politiche, per cui sono rivendicati i diritti civili e i pieni poteri riguardo settori essenziali come sanità e istruzione. La questione dell’indipendenza è diventata urgente per il popolo catalano ma non per questo meno difficile e problematica.

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Cosa c’entra tutto ciò con la nostra terra? Com’è possibile intersecare le due realtà? Ebbene, ho usato deliberatamente la descrizione della situazione spagnola al fine di confrontare due modi di essere comunità. La Calabria e il Sud in generale, sono condizionati da un enorme divario con il Nord della penisola, il quale esercita effettivamente un dominio politico ed economico, evidenziato dalle manifeste differenze socio-culturali. Ad esempio, perché la Lombardia e il Veneto hanno richiesto un referendum per maggiori autonomie regionali? In breve, hanno raggiunto una solidità economica e un progresso sociale tale da sentirsi troppo stretti all’interno di un Paese caratterizzato da una crescita finanziaria molto lenta. Sono realmente avanti anni luce rispetto a una Calabria che regredisce.
È una situazione in parte simile a quella di Barcellona dal punto di vista politico. La nostra terra è stata sempre un burattino le cui fila sono state tirate a turno da diverse nazioni straniere prima, e dal governo italiano poi, salvo alcuni episodi isolati di reazione orgogliosa da parte di alcuni gruppi, per esempio durante gli anni ’70 o ancora prima nei decenni antecedenti l’Unità d’Italia. Il peso dell’eredità di un passato piatto e frivolo incide parecchio sulle spalle strette di un presente complesso e di un futuro davvero incerto.
La ricca conoscenza delle nostre località fa emergere dei valori contrari a quelli che ci insegnano le lezioni catalane o lombardo-veneta: immobilismo sociale, conservatorismo culturale, isolazionismo dei gruppi intellettuali, nepotismo, disinformazione. Perché queste lacune sistematiche? È chiaro come gli eventi della storia abbiano contribuito alla subordinazione della nostra regione rispetto a un sistema ben definito. Tuttavia la colpa non è, e non può essere sola causa di fattori esterni. Non bisogna nascondersi sotto quella giustificazione collettiva secondo cui al Sud non c’è futuro. La mentalità rivoluzionaria, il concetto di rottura del sistema, la volontà di sopprimere il potere sono tutti sentimenti propri dei movimenti indipendentisti, i quali hanno avuto il coraggio di difendere e rivendicare.

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Nonostante ci siano dei presupposti concreti per maturare questi sentimenti, il nostro caro territorio non riesce a scavalcare il muro insormontabile della staticità e dell’involuzione. Attraverso una riflessione più profonda, mi chiedo se non sia addirittura una connotazione propria del patrimonio genetico reggino, la disposizione naturale alla sedentarietà e all’inerzia. E in seguito alimentata dai continui traumi storici che la nostra gente ha subito. Allora la differenza sostanziale tra questi due fenomeni antropologici consiste in uno spirito collettivo infarcito d’inclinazioni diverse, che si manifestano nella realtà come sistemi paralleli. Dunque, non c’è da scandalizzarsi se Lombardia e Veneto hanno chiesto un referendum, nonostante gli ideali alquanto discutibili delle forze politiche di queste regioni. Ma questo è un altro discorso. E certamente non sorprendono nemmeno le notizie che provengono dalla Spagna, laddove emergono libertà e volontà di autodeterminarsi. Questi valori hanno il diritto e il dovere di essere premiati e assecondati.
In conclusione, al di là gli interessi politici ed economici, l’indipendenza della Catalogna è prima di tutto una questione morale e sociale. Nutre l’animo di chi ancora crede nella democrazia e nei valori liberali.

Jeremy Adami

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