C’era una volta

C’era una volta un giorno.
Poi fu un mese.
Poi un anno.

C’era una volta un’esistenza che, pur esistendo, non esistette mai per davvero.
Una persona.
C’era una volta una persona . Una persona come tante, in un paese come tanti, in un mondo come tanti.
C’era una volta una persona che a definirla persona, sarebbe uno spreco di fiato.
Un involucro, vuoto, una trasformazione di potenziale che atto non lo divenne mai.
Eppure, l’occasione di vita che gli fu concessa, come a tutti del resto, fu una ed una soltanto, ma non cambiò molto.

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C’era una volta una persona che decise di sprecare la sua vita.

Impelagarci in discussioni legate alle più o meno rilevanti motivazione che spinsero la nostra persona a intraprendere questo percorso sarebbe superfluo.
Vi basti sapere che la decisione fu presa e mai sarebbe cambiata.

C’era una volta un giorno.
C’erano un giorno, un mese e un anno; tempi trascorsi senza differenza alcuna.
C’era una persona, vissuta senza causa di differenza alcuna.
Non fu sempre così, ma così divenne.

Per prima cosa si liberò della bocca, e del sapore degli arzigogoli linguistici che tanto le avevano contratto le labbra durante le sue rabbiose notti d’insonnia.
L’agio del suo silenzio accomodò l’omertà che la circondava.

Poi fu il turno del naso.
Un naso che troppe volte aveva storto dinnanzi al puzzo della maldicenza, della malacreanza e del malcostume.
Un naso le cui narici erano ormai bruciate dall’odore acre della benzina, sperperata inutilmente come unico freno all’accidia dilagante.
Non lo ebbe più, e con esso sparirono i problemi procuratile dal ficcarlo dove, secondo chi di dovere, non avrebbe dovuto.

Dopo ancora toccò alle mani e al senso di giustizia troppe volte messo alla gogna per un’apparente tranquillità che nella realtà dei fatti, non appagava proprio nessuno.
Ed allora ognuno aveva pian piano sviluppato il proprio senso di giustizia, sempre più sfumato, arrabattato ed incerto ed era li che si stava, si sguazzava nell’incertezza dei contorni di qualcosa che c’era, non c’era o avrebbe dovuto esserci.
La mia correttezza finiva dove iniziava la tua, ed ognuno badava alla propria in funzione del non offendere nessuno.
Tutti si erano lavati le mani alla limpida fonte del “Non sono cazzi miei” e lei, la nostra persona, finì per fare lo stesso.
Il senso di giustizia non l’avrebbe neanche sfiorata, mai più.

Le orecchie si assottigliarono giorno dopo giorno fino a sparire del tutto.
Mai più chiacchiere infondate.
Mai più malelingue proliferanti come piante infestanti che disseccano il terreno ormai arido della singolarità.
Mai più “Sei diversa”, “Sei strana” o “Sei pazza”.
La nostra persona avrebbe fatto orecchie da mercante da allora in poi, lasciando la possibilità a chi avrebbe voluto di creare nuove mirabolanti storie infondate sulla sua vita di tutti giorni, come aveva fatto fino ad allora, ma privandosi delle esplosioni di bile e rabbia e frustrazione che queste le avevano provocato.
L’ignoranza è forza.
L’ignoranza l’avrebbe resa stupidamente immune al dolore.

Per ultimi furono gli occhi a sparire, ed il mondo si fece beotamente oscuro.
Ogni differenza sparì, l’individualità fu sacrificata all’altare dell’aggregazione e della vanagloria, quella vile, sguaiata e priva di grazia, quella che s’insinua nella mente di chi non ha altro motivo di vanto se non l’inconsistenza. L’irrisorietà della sua nuova esistenza la fece finalmente sentire parte di qualcosa, parte del tutto e se per tale scopo aveva pian piano dovuto sacrificare interamente se stessa, beh, poco importava.
Era divenuta infine l’ennesimo mattoncino del muro di cinta di quello che comunemente chiameremmo paese.

E ne era felice.

Dr. Kevorkian

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