Cos’è che davvero ci manca quando andiamo via?

Viviamo nell’epoca in cui la distanza ha preso la misura del tempo; tempo che non si conta più in giorni, ma in ore: d’aereo, di treno, di macchina.
Abbiamo il mondo a portata di mano e penso che non esista realtà più straordinaria di questa: è una di quelle cose che a raccontarla, fino a qualche decennio fa, sarebbe sembrata fantascienza; eppure la verità è che possiamo trovarci, in sole 24 ore, dall’altra parte del mondo. Gli aeroporti sono i punti del mondo in cui le nazioni della Terra perdono i loro reali confini e si toccano, tutte quante.
Credo che viaggiare sia la forma più delicata di libertà ed è solo essendo liberi che riusciamo a scegliere il meglio per noi stessi, a consolidare quelle che credevamo essere le nostre certezze, a rafforzare le nostre radici, ad aprire gli occhi, soprattutto sulle cose che vediamo tutti i giorni, quelle che sono più evidenti e palesi, ma che spesso ci sfuggono via, come se neppure esistessero.
Sembra un controsenso, ma andando via, ho imparato tante più cose nuove sulla mia terra che non sarei mai riuscita ad apprezzare ammirandole solo dall’interno; intendo, soprattutto, quelle cose che ci accompagnano, silenziosamente, da quando siamo nati e che ci mancano, irrimediabilmente, quando non le percepiamo più. È proprio la mancanza di queste a far scaturire in noi un innato senso di appartenenza.
Viviamo in un luogo in cui ogni pietra che calpestiamo ha una storia da raccontare, ma a volte mi sembra che non ci siano molte orecchie tese ad ascoltare. Ho visto occhi stranieri avere più stupore per le bellezze della nostra terra che non consapevolezza di questo nei cuori di chi le appartiene.
Questo mi rattrista, ma allo stesso tempo mi ha fatto riflettere: cos’è che davvero mi manca quando vado via?

Per qualche giorno, io e Arianna abbiamo fatto un gioco, che oggi ripropongo a voi lettori di Pont’i carta: ci siamo chieste quali fossero quelle sensazioni che i nostri 5 sensi avevano fatto proprie e quali allo stesso tempo potevamo avere in comune con tutte le persone che appartengono alla nostra comunità.

Vi invito a chiudere gli occhi e iniziare a sentire:

  • Il profumo delle spezie appena raccolte, preavviso di un momento felice, quando già il loro odore vi suggerisce cosa accompagneranno a tavola.

Foto di Arianna Basile

  • Il retrogusto che si sente alla fine del boccone, che dapprima si avverte lieve e solo dopo resta impresso sul palato, come fosse una firma, un timbro di provenienza.

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  • I doni e la forza di una terra unica, meraviglie di chi ha avuto l’onore di poterla toccare con mano e apprezzarne il profumo, la consistenza e la ricchezza.

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  • Le stesse mani che hanno trasformato in suono l’aria che respiriamo, perché in qualche modo sentissimo nostra anche quella; e, che ti piaccia o meno, che tu la scansi o l’apprezzi, riconosceresti ovunque quella melodia: ti appartiene, è tua.

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  • La bellezza, quella che solo occhi cupi non riescono a vedere.

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Questo articolo vuole essere semplicemente un invito alla riscoperta di quello che già ci appartiene. Siamo ormai esperti nella critica e nella denigrazione e troppo poco abituati ad apprezzare ed esaltare quello che ci sta intorno, a comprendere che è qualcosa di unico e speciale. Vi invito quindi a farci caso: quando vi allontanate un po’ dalla nostra terra di cosa sentite più la mancanza?

Maria Grazia Orlando

Arianna Basile

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