Intervista a Nino Monterosso

Questa rubrica finora mi ha dato la possibilità di conoscere storie e personaggi che mi hanno trasmesso tantissimo. E come già detto in passato, spero che questi ricordi ed esperienze sia arrivata pure a voi. Questo mese, mese della festa di Sant’Eufemia, credo caschi a pennello il racconto di Nino Monterosso, fiero calabrese emigrato ad Adelaide, che tra le tante cose ha contribuito a creare la festa di sant’Eufemia in una terra lontanissima come l’Australia. Buona intervista.

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Sei partito dall’Aspromonte come tanti e sei arrivato in Australia, ad Adelaide. Raccontami un po’ come è avvenuto.
Finite le scuole all’età di 16 anni, decisi di spostarmi per nove mesi a Milano; lì avevo alcuni zii che avrebbero potuto aiutarmi a trovare lavoro. Poco tempo dopo anche mio padre salì alla ricerca di migliori condizioni  per la mia famiglia. Lui fu molto fortunato perché trovò un impiego come autista; entrambi però, essendo molto legati al paese, quasi al punto da non riuscire a starne lontani, decidemmo di ritornare, consolati dal fatto che mio padre riuscì a trovare un lavoro a Reggio. Fu a Sant’Eufemia che un abitante della vicina Sinopoli, da anni residente a Melbourne, mi propose l’idea di andare in Australia insieme, dove anche io avevo parenti. Ero molto giovane e, sebbene fossi molto legato al mio paese, pensai seriamente di intraprendere questa avventura. In quel periodo lavoravo a Gioia Tauro. Ogni mattina viaggiavo in littorina; ricordo le partite a briscola sul treno coi ragazzi che andavano a scuola fuori. Sentivo però il bisogno di cambiare aria. Quel lavoro infatti non mi avrebbe facilmente permesso di avere la vita che volevo. Così, nel giugno del 1974, cominciò il mio viaggio. Ricordo ancora mia madre con le lacrime agli occhi e, ripensandoci oggi da genitore, comprendo davvero quanto possa essere grande l’amore e la tristezza di una madre per il proprio figlio. Il mio viaggio fu una vera odissea: dopo uno scalo a Roma, poi in Grecia, New Delhi e Bangkok, dove rimasi per un giorno intero; fu lì che, sentendo una lingua completamente diversa, iniziai a rendermi conto del cambio radicale che stavo vivendo, domandandomi se fosse stata davvero la scelta giusta. Il mio viaggio però dovette continuare; arrivai finalmente ad Adelaide. Avevo con me solo una valigia di cartone con dei vestiti e 700 lire. Messa fuori la testa dal portellone mi colpirono questi spazi immensi tipici australiani e i parenti che non avevo mai conosciuto, venuti in massa per accogliermi e salutarmi. Il signore con cui avevo viaggiato mi aveva detto che c’era molto lavoro nella factory. Arrivando da un piccolo paesino dell’Aspromonte ho subito pensato che la factory fosse una fattoria, così mi domandavo come fosse possibile per me, partito dall’Aspromonte, lavorare come pastore in Australia, cosa che non sapevo neanche fare. Ovviamente solo dopo capii che non si trattava di una fattoria, ma di una fabbrica, che si occupava della produzione di automobili. Il giorno del mio arrivo ad Adelaide era domenica; lunedì mattina mi accompagnò in fabbrica e già nello stesso pomeriggio iniziai a lavorare. Per un primo periodo la lingua fu un vero problema per me. Con gli anziani calabresi parlavo dialetto, ma con i cugini o con gli altri dovevo parlare inglese, e non conoscendolo, dovevo spiegarmi a gesti. Comunque la imparai e lavorai per ben dieci anni in quella fabbrica; poi ebbi altre brevi esperienze prima di arrivare, nel 1987, a lavorare nel Patronato dove lavoro ancora oggi.

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Non ti è mancata la famiglia?
In realtà no perché, dopo diversi mesi, tutta la mia famiglia si trasferì qui in Australia. Ritornai in Calabria solo diciotto anni dopo. All’epoca la mentalità che avevamo noi eufemiesi residenti in Australia era quella di sposarsi, fare una famiglia, comprare una casa e, una volta sistemati e senza debiti, pensare di poter fare qualche viaggio in Italia.

Com’è stato tornare il Calabria per la prima volta dopo tanto tempo?
Sono tornato per la prima volta nel 1992. Mi mancava tantissimo la mia terra. Quando dall’aereo ho di nuovo visto la mia Calabria, cercando di individuarne il paese, ero emozionatissimo e pieno di aspettative. Purtroppo la realtà non era quella che mi aspettavo, perché il mio paese era cambiato,  di molto. Non c’erano più le casette basse a contornare la via nazionale per andare al rione paese vecchio; palazzi enormi avevano preso il loro posto. La struttura del paese era cambiata, ma per fortuna almeno la mia casa natale era rimasta uguale a come l’avevo lasciata. Certamente per il paese è un bene perché vuol dire che c’è stato del progresso; ma, per chi come me è andato via, non nascondo che si possa provare un po’ di tristezza nel non ritrovare più ciò che vive ancora nella nostra memoria, luoghi, strade, case che per noi ancora rappresentavano legami e storie della nostra infanzia, di un tempo ormai lontano. E un nuovo palazzo municipale mi lasciò ancora più sorpreso. Il vecchio palazzo era un monumento del paese che credevo sarebbe rimasto immutato nel tempo, e nel quale custodivo moltissimi ricordi di infanzia. Lì giocavamo a pallone, sulle panchine tenevamo lunghe partite a briscola e chi vinceva poteva restare seduto mentre chi perdeva giocava in piedi. Ricordi che sono andati via insieme a quei luoghi. E insieme ai luoghi se ne sono andati anche gli amici, a cui ero molto affezionato. La maggior parte sono emigrati in giro per l’Italia.

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So che sei uno dei padri fondatori della festa di Sant’Eufemia in Australia, da dov’è nato il tutto?
Ad Adelaide ci sono tantissimi calabresi, credo più di 20.000. Inizialmente occupavamo interi quartieri, ci conoscevamo tutti; poi, a differenza delle comunità calabresi di Sidney e Melbourne, ci siamo pian piano sparpagliati lungo la città e così, credo, siamo cresciuti culturalmente, perché spostandosi e conoscendo nuove persone si cresce come individui e si impara meglio la lingua, altrimenti avremmo parlato solo calabrese tra di noi. Già a quei tempi c’erano alcune feste organizzate dagli italiani emigrati, soprattutto meridionali, spesso campani o altri calabresi; una tra le feste più ricorrenti era la festa di Sant’Ilario, organizzata da emigrati di Caulonia. Sull’esempio di queste manifestazioni, io e altri paesani abbiamo proposto di fare la festa di Sant’Eufemia lì ad Adelaide. Era il 1991 e siamo partiti con grandi speranze. Abbiamo trovato l’aiuto di tutti i paesani emigrati che hanno contribuito sia per la festa e sia per creare l’effigie della Santa, più piccola di quella originale. Molta è stata la partecipazione, il sacerdote ci ha supportato, l’entusiasmo dei paesani era grande. Abbiamo creato anche un comitato, diventato punto di incontro tra tutti i paesani emigrati. Non sono mai stato particolarmente interessato alla festa di Sant’Eufemia. Ricordo che da bambino venivo chiamato per trasportare il gonfalone per la raccolta delle offerte, ma non ero molto preso, vivevo tutto con grande monotonia. Al contrario, qui ad Adelaide, quando vidi uscire per la prima volta la nostra statua accompagnata dalla musica della banda che iniziò a suonare a festa, mi sono sentito orgoglioso e incredulo mi ripetevo “ho portato il mio paese qui ad Adelaide”: quello che avevo nel cuore, qualcosa di bello e soprattutto di davvero lontano, l’ho portato con me. Era il 7 Febbraio del 1993.

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Ci sono molte differenze tra i festeggiamenti ad Adelaide e a Sant’Eufemia d’Aspromonte?
Durante i primi anni i nostri festeggiamenti si sono svolti in maniera molto simile alla festa originale; col tempo e con il subentrare di nuove leggi e divieti per la pubblica sicurezza, abbiamo dovuto ridimensionarla, in particolare per uno degli aspetti più tradizionali della nostra festa, l’entrata e il tunnel di fuochi d’artificio. Ma in fondo, ciò che conta è farla con devozione. Molte altre feste si concludono con uno spettacolo pirotecnico, ma, come saprai, nessuna festa ha un’entrata come quella della nostra Sant’Eufemia, motivo per cui, ad Adelaide, viene a vederla sempre tantissima gente. Io ho la fortuna di passare sotto il fuoco e fare delle foto. Solitamente il tutto si svolgeva nel quartiere di Animesh, originariamente “femioto”; ma viste le numerosissime presenze, ci siamo spostati nella chiesa di St. Michael, molto più spaziosa per l’entrata. Col passare degli anni e invecchiando molti di noi, anche il tragitto della processione è stato accorciato per permettere agli anziani di poterla seguire. A differenza di Sant’Eufemia, nel nostro comitato non ci sono giovani; hanno una mentalità completamente diversa dalla nostra e ci scontreremmo in continuazione, per via del nostro tipico carattere “eufemiese”, caratterizzato da testardaggine e presunzione. Purtroppo per noi, i giovani hanno deciso di rimanerne fuori. Questo non è avvenuto per esempio nel comitato della festa di Caulonia, all’interno del quale i giovani sono stati inseriti con grande entusiasmo. Spero che un giorno anche nel comitato di Sant’Eufemia di Adelaide si riesca a farli entrare, perché possano diventar parte attiva nella festa, non solo aiutandoci nel bisogno, ma perché non si sentano estranei al gruppo. Questo è un problema perché noi non abbiamo bancarelle esterne per la vendita di articoli, cibo e bevande; è un aspetto del quale dobbiamo occuparci noi come comitato e col tempo che passa e noi che invecchiamo, pensiamo siano necessarie forze nuove. Contrariamente non so per quanto ancora potrà durare questa tradizione. Negli ultimi anni abbiamo avuto anche il piacere di ospitare una delegazione di Sant’Eufemia; vari parroci e sindaci accompagnati da eufemiesi sono venuti più volte per partecipare alla festa e grazie a questa occasione, ritrovare i loro parenti, che da molti anni che non vedevano. Per fortuna nel 2001 ho avuto anche io l’occasione di venire e vedere la festa a Sant’Eufemia d’Aspromonte, qualcosa di davvero bello, che adesso riesco ad apprezzare, a differenza di quando ero un ragazzo.

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Di cosa parli quando ti trovi a parlare con gli altri eufemiesi emigrati lì in Australia?
Parlare del nostro caro paese è per noi qualcosa di ormai ricorrente; ci si confronta spesso sul passato e sul presente. Soprattutto adesso, grazie ai moderni mezzi di comunicazione, la facilità di tenersi in contatto, noi che riusciamo a ritornare più di frequente e i tanti eufemiesi che vengono a trovarci in occasione della festa e non solo. Sant’Eufemia è sempre nel nostro cuore e nei nostri pensieri. E questo nostro amore per la Calabria e per il nostro paese abbiamo provato a trasmetterlo a nostri figli; penso che in qualche modo ci siamo riusciti, per via del fatto che molti figli di emigrati, tra i quali il mio, amano parlare italiano e un po’ di calabrese, conoscono le particolarità del nostro paese come la cucina, la musica e tutto quello che ci contraddistingue.

Tutto questo so che riesci a diffonderlo anche attraverso uno strumento molto particolare e affascinante giusto?
Sì, è vero. Diciamo che tutto è nato da una semplice casualità. Ho iniziato a guidare qui in Australia, e ricordo che quando accendevo la radio ascoltavo sempre 5BI, una stazione internazionale che trasmetteva programmi in varie lingue, tra cui in italiano, un’ora al mattino e una alla sera. Questo mio particolare interesse, insieme quasi al bisogno di ascoltare qualcosa che fosse nella mia stessa lingua, ha trovato modo di concretizzarsi quando, dopo diversi anni e in occasione di un cambio di gestione della stazione radiofonica, sono riuscito ad entrare in radio. Inizialmente provavo un po’ di ansia, anche davanti a quel microfono, per la paura di non sapere cosa dire; a poco a poco ho cominciato ad avere dimestichezza con questo nuovo ambiente, ed è stato qualcosa che davvero ha cambiato in meglio il mio modo di relazionarmi con le persone. Ci ho lavorato per quindici anni, periodo durante il quale abbiamo realizzato trasmissioni sull’Italia, parlando dei più svariati argomenti, sport, politica, musica, e questo devo dire è stato d’aiuto per molti italiani emigrati. Nel 2003 dovetti spostarmi per un anno a Melbourne, lasciando così la radio, e una volta rientrato ad Adelaide non avevo più stimoli per continuare. Di recente però, grazie a un gruppo di amici, sempre nella stessa radio, abbiamo avuto modo di trovare uno spazio tutto nostro, occupandoci solo di Calabria. Ed è bellissimo poter parlare della mia terra e delle cose che amo, far ascoltare la musica calabrese, non solo tarantella, ma anche quella di molti bravi cantanti che fanno buona musica. Di solito parlare di Calabria significa occuparsi di politica o cronaca nera. Noi invece abbiamo creato tutto ciò per dedicarci ad altro, perché tanta è la storia e la ricchezza, così come molte sono le cose da valorizzare. E oggi grazie a internet si può ascoltare la radio sul web, così anche da Sant’Eufemia è possibile mettersi in ascolto con noi, cosa che realmente ci fa capire quanto possiamo accorciare le distanze.

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Come fate voi emigrati a tenervi aggiornati su ciò che accade in Italia?
Ciò che accade in Italia si può seguire in tre modi. Con la televisione, sia tramite alcuni canali a pagamento che trasmettono partite di calcio e programma tv italiani, e sia alcuni canali gratuiti; attraverso la nostra radio, tramite la quale ogni giorno diamo notizie e trasmettiamo anche il telegiornale di Rai International; e poi c’è internet. Un tempo compravamo Il Globo o La Fiamma, due giornali in italiano venduti qui in Australia; oggi basta un computer o un cellulare per avere tutte le notizie in tempo reale. Grazie al web possiamo informarci non solo su ciò che accade in Italia o in Calabria, ma addirittura in merito a quanto accade a Sant’Eufemia seguendo alcune pagine su Facebook.  In più sono contento del fatto che posso seguire la mia squadra del cuore, il Milan, e sono orgoglioso del fatto che mio figlio sia più milanista di me. Dato il fuso orario mi tocca vedere le partite a degli orari assurdi come mezzanotte o alle 5 del mattino, e quando le guardo insieme a mio figlio “ndi scialamu”.

Cosa ti ha dato l’Australia?
Dagli Australiani, o meglio dagli Inglesi visto che è da lì che vengono ed è a quel popolo che fanno riferimento, ho imparato l’importanza del mantenere le proprie tradizioni. Hanno un orgoglio e una tenacia nel preservare le proprie usanze, andando anche contro i tempi moderni. Grazie a questo esempio di riscoperta e trasmissione delle tradizioni, abbiamo sentito la necessità di mantenere vive le nostre origini con la festa di Sant’Eufemia. E tante altre cose faremo, perché personalmente credo sia importantissimo far scoprire a mio figlio il luogo da cui provengono i suoi genitori, visto che anche mia moglie è di Sant’Eufemia. In Italia invece mi sembra che più passi il tempo e più quelle belle usanze vadano perdendosi, ed è davvero un peccato.

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Se ci fosse una cosa che potresti portare da Sant’Eufemia ad Adelaide, quale sceglieresti?
La casa dove sono nato. Quella porta che ancora è rimasta uguale nel corso degli anni, la porterò sempre nel cuore.

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Davide Carbone

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