SANT’EUFEMIA SU MISURA – OFFICINA METALMECCANICA PRIMARIO

Chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani, la sua testa ed il suo cuore è un artista. S. Francesco d’Assisi.

 

Se potessi scegliere un nome per questo articolo, lo chiamerei Sant’Eufemia su MISURA. Su misura perché l’artigiano di cui vi parlerò oggi ha fatto del suo prezioso tempo una misura per la vita e gli ingredienti principali che hanno caratterizzato il sudore della sua fronte, le ferite delle sue mani e le scottature sulla sua pelle sono stati l’amore, la passione, l’impegno e il senso di dovere verso la sua intera famiglia. L’artigiano di cui vi parlerò oggi, come di consueto, lo conoscete bene. Si chiama Pino ed è mio padre. Conosco a memoria la sua vita e la sua storia, ricordo ogni suo infortunio sul lavoro, ogni dimenticanza che ha avuto negli ultimi 2 anni e ogni sorriso che ha fatto ai suoi clienti riconoscente e grato di averlo sempre scelto e lodato. Aveva 14 anni quando sentì la “vocazione” arrivare, il suo destino sarebbe stato quello di agricoltore poiché i nonni, per un’intera vita, hanno insegnato a lui e agli altri suoi due fratelli quanto importante fosse essere grati a quella terra che gli aveva consentito di vivere dignitosamente ma, con un pizzico di astuzia e altrettanta presunzione, decise di dirigersi da Mastro Nino Testuni per imparare l’arte. Bulloni e chiavi inglesi sono stati da sempre il suo forte, nelle sue vene sono stata sempre convinta scorresse nafta ed ogni qualvolta che qualcuno, da piccola, si ostinava a farmi credere il contrario io mi arrabbiavo perché papà mi aveva sempre raccontato questa storia, insieme a quella di “Cummari Rosa a vurpi” prima di darmi la Buonanotte e accompagnarmi a letto. Ha lavorato “sutta patruni” quanto bastò e nel corso di un decennio aprì con i suoi immani sacrifici quell’officina che da sempre aveva desiderato rimanendo, dice sempre, con 19 mila lire in tasca. Ha usato quelle mani ruvide e nere di grasso per aggiustare mezzi agricoli per l’intero paese. Ha lavorato di giorno e di notte, aiutando i contadini dell’Aspromonte a portare gli enormi carichi di ortaggi ai mercati generali quando le loro vetture si guastavano sull’autostrada. Non ha mai negato il suo aiuto a nessuno nemmeno quando “due più due facevano quattro“ e in molti non avevano il denaro necessario per rimborsagli spese e lavoro. Un amore, il suo, quello per gli strumenti da lavoro che risistema, con cura, ogni sera prima della chiusura. Tornio, Trapani, Saldatrici, Flessibili, Cannello… sono stati da sempre la sua passione ed anche nonna mi raccontava quando da piccolo ne faceva uso ogni giorno per sistemare gli stipetti della cucina. Ogni qualvolta gli si chiede:

Cosa pensi del tuo lavoro? Lui risponde:

– Il mio lavoro è bellissimo e ringrazio Dio e il popolo eufemiese tutti i giorni per avermi dato l’opportunità di rimanere in questa terra dove sono nato e cresciuto, mettere su figli e insegnare loro il valore del denaro e dei sacrifici allo stesso modo in cui i miei genitori lo hanno insegnato a me”.

Papà quali sono stati i lussi che potevi permetterti e quelli a cui hai dovuto rinunciare prima e dopo la nostra nascita?

– Bella mia, risponde, con voce sottile quasi commossa. I lussi sono un aspetto della vita che ho sempre evitato come la peste. Sono stato sempre una persona semplice io, venivo da una famiglia povera e tutto quello che mi bastava per essere felice era una pentola di patate bollite da condividere con il nonno e tutti gli altri membri della famiglia a Cellia, prendevamo tutti le patate dallo stesso calderone, che ti sembra “ca tandu ndi nasijiavimu comu a tia ora!”. 

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Si lavorava meglio una volta o ora, papà?

-Si lavora sempre bene solo che una volta ero più giovane e riuscivo meglio nelle cose, non c’erano tutti questi mezzi elettronici ed ero molto più veloce a finire i lavori ora, se non ci fossero i ragazzi, non saprei da dove iniziare. Loro sono molto più pratici di me, riescono a non perdersi d’animo e ragionare “eu appena viju numira e scritti sbilunu, era bituatu o vecchjiu modu”.

E la crisi quanto ha influito sul tuo lavoro?

– Bella mia, è inutile negarti che la crisi non abbia influito sulla mia vita come su quella di tanti colleghi o amici che praticavano il mio stesso lavoro vicino o lontano da qui. Ci si è costretti a rinunciare a molte cose ma allo stesso tempo ci si libera del superfluo. E’ per questo che dobbiamo sempre imparare a non sperperare tanto denaro o almeno in cose che non ci servono perché “du bruttu i si passa o bonu non nci faci nenti ma du bonu i si passa o bruttu è dura”. Io penso che quando si smette di cercare la felicità attraverso l’acquisto di cose qualvolta inutili si comincia a dare importanza a quei valori che abbiamo, tutti i santi giorni, sotto gli occhi e che dimentichiamo. Non importa se tu non possa andare in pizzeria o al ristorante con i tuoi amici, se hai voglia di vederli basta fare una pastina a casa, la sera “e passa u schiantu”. Non importa se non potrai cambiare le tue scarpe per un anno o due di fila l’importante è che tu ce le abbia un paio di scarpe ai piedi, “quandu si lordinu i lavamu e via” e ti assicuro, bella mia, che due anni non sono niente. Una volta tenevamo le scarpe per molto più tempo e quando il piede cresceva li passavamo ai nostri fratelli “pemmi i strudinu”.

Hai pensato mai di chiudere? Di rinunciare al tuo lavoro?

– “Ma chi domandi mi fai? Certu ca no. Non c’è cosa cchiu bella i ti levi a matina e i pensi ca hai ncuna cosa i fari…Sai a mia i jornati comu mi volinu, poi ddha sutta zenniamu, mi vonnu tutti beni eu staju diventandu vecchjiu e sugnu u giocattuleddhu i tutti”.

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Le mani sporche di lavoro profumano di dignità.

Pensi che io riuscirò mai ad avere il successo che hai avuto tu, papà?

– Te lo auguro, sei brava e hai tanta strada da fare. “Ricorditi sempri ca non si finisci mai i mparari e ca non s’avi a siri superviusi e prusentusi nto lavuru e a nuddha vanda”. Ricavati i tuoi spazi e la tua stima piano piano, anche se per i primi tempi devi faticare un poco in più. Il mio augurio è che tu e tua sorella possiate stare il più vicino possibile accanto a me. Spero che non ci sia alcuna necessità che voi migriate al nord per trovare fortuna, spero che il paese vi dia la stessa fortuna che ha dato a me anche se i tempi sono cambiati e tutto è diventato un poco più difficile. “Chistu è n’auguriu chi fazzu a tutti chiddhi da to età, se vi ndi jiti tutti cca cu resta?”

Papà dai, come da rituale, vuoi salutare qualcuno prima di chiudere?

– Ciao a tutti dal Primario!

Vabbò non salutari ca manu ca non ti vidinu, n’articulu esti.

– Ah bonu. Finimmu allura?

Si, apposto.

– Bo mi ndi calu allura, ca si ficiru i dui, ciau bella.

 

Gresy Luppino

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