Noi, patria delle reliquie mute

In senso stretto reliquia significa “ciò che resta”. In senso lato siamo circondati dal lascito del passato. Ma si è in grado di riconoscerne il valore, di riscoprirlo? In altre parole, ciò che resta resta per chi? Una reliquia molto antica è conservata in una chiesetta polverosa di campagna, ha perso da secoli il contatto con i fedeli, abbandonata dal paese che, probabilmente, ha visto nascere.
Lungo la strada statale 112, provenendo da Bagnara Calabra con direzione Bovalino, all’altezza di Sant’Eufemia d’Aspromonte, poco prima del ponte e del centro abitato, si trova una stradina che sale sulla destra: essa costeggia il torrente Torbido, conosciuto da tutti come hiumara i Crasta (fiumara di Crasta). Poco meno di un chilometro e si raggiunge il vecchio centro abitato di San Bartolomeo, luogo un tempo popolato e fiorente.
Si tratta di un luogo carico di storia. Infatti, a partire dal 1095, quei terreni oggi coltivati ospitarono le mura del monastero basiliano di San Bartolomeo di Trigona: inizialmente era dedicato a San Bartolomeo apostolo e San Barnaba, ma dopo la canonizzazione di San Bartolomeo di Simeri o Trigono (Simeri 1050 circa – Rossano 19 agosto 1130), forse per ragioni di ordine economico, si associò al monastero il nome di quest’ultimo. Fu il terribile terremoto del 1783 a raderlo definitivamente al suolo, dopo sette secoli di rito greco – ortodosso.

Testo della reliquia
Dettaglio dell’iscrizione sulla reliquia

Analisi linguistica
Il monastero custodiva la reliquia oggi dimenticata. Si tratta del presunto braccio destro di San Bartolomeo di Simeri, come riportano le parole che compaiono su di essa: S. Bartolomeo di simeri – Abbate et fondatore di γia Maria del Patir. Un’analisi linguistica evidenzia la presenza del volgare e di un elemento greco che può allontanare di molto nel tempo l’iscrizione: γia sta per αγία, santa; se non si tratta di cultismo, ma di uso comune del termine, l’iscrizione può risalire anche al XIII secolo.
A supporto di questa datazione si faccia innanzitutto riferimento al nome stesso di Sant’Eufemia d’Aspromonte: per tutto il XIII secolo l’appellativo era Αγία Ευφημία, che compare nell’inventario dei beni della famiglia Ruffo, redatto in greco nel 1194. Lo stesso, tradotto in latino nel 1274 e riportato su pergamena nel 1335, costituisce il contenuto della Platea della Contea di Sinopoli, dove si trova il nuovo appellativo Sancta Heuphemia (a partire, dunque, dal XIV secolo).
In secondo luogo, una testimonianza storica documentabile fornisce un’innegabile valore storico all’oggetto: una lettera del 1745 riguardante notizie di vario genere sul monastero di San Batolomeo, sottoscritta da alcuni monaci del SS. Salvatore di Messina, parla di un “brachium S. Bartholomaei abbatis, de Trigona vulgonuncupati”, ossia “un braccio di San Bartolomeo abate, volgarmente detto di Trigona”.

Reliquia nella teca

Queste poche parole bastano per attestare una certa antichità dell’oggetto, superando il possibile e corretto scetticismo riguardo la sua autenticità: si tratti o no del braccio di San Bartolomeo di Simeri, si ad è ogni modo di fronte a un oggetto antico che meriterebbe uno studio tecnico approfondito.
In seguito, quindi, al terremoto del 1783 la reliquia venne provvisoriamente sistemata nella chiesa di SS. Maria delle Grazie, nel vecchio abitato, dove è rimasta fino a circa 50 anni fa, quando il fratello dell’arciprete del Paese Vecchio, don Gigi Occhiuto, l’ha trasferita nella chiesetta di Maria Ausiliatrice, sorta circa 150 anni fa a pochi metri dalle antiche rovine del monastero basiliano, e che tutti conoscono come chiesetta di San Bartolo.
La zona che comprendeva il monastero era infatti stata comprata dalla famiglia Zagarella, originaria di Villa San Giovanni, subito dopo l’Unità d’Italia. Fu questa famiglia a rivitalizzare quei luoghi, costruendo la chiesetta e concedendo appezzamenti di terreno a famiglie di contadini, facendo di San Bartolo un nucleo abitato molto popoloso per tutto l’arco del secolo scorso. Ma sono ormai pochissime le persone che alla sera, nella chiesetta, si ritrovano per recitare il rosario, in un’atmosfera di pacifica religiosità rurale, riflesso di un passato che sa ancora aggrapparsi al presente, pur essendone, per molti aspetti, l’antitesi.

Chiesetta di San Bartolo o di Maria Ausiliatrice
Chiesetta di San Bartolo

Il sito è oggi, quindi, pressoché abbandonato. Ma è pur vero che si va trasformando in meta di curiosi gruppi escursionistici, che lo attraversano per raggiungere, più a monte in direzione sud, le rovine del Serro di Tavola, antica fortezza greca del V secolo a.C. che consentiva a Reggio di controllare buona parte della piana di Gioia Tauro, colonia di Locri e, quindi, in contrasto con gli interessi economici reggini. I più coraggiosi si sono spinti anche alla ricerca in zona delle grotte di San Bartolomeo e del Saraceno: al momento solo una grotta è stata rinvenuta.
Tanto le grotte e il Serro di Tavola quanto la reliquia sono ciò che resta di un passato che ha molto da raccontare, se solo gli si presta il dovuto ascolto. Riscoprirlo è la strada per cambiare il destino di questa nostra terra, patria di reliquie mute.

Testo e foto di
Freedom Pentimalli

COSA VEDERE A SANT’EUFEMIA D’ASPROMONTE

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