Intervista a Massimiliano Rositano

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Come sei arrivato a Milano?
Come spesso accade, una volta ultimati gli studi e il servizio militare, essendo cresciuto in una famiglia di commercianti (testimonianza ne è il soprannome con il quale tutti chiamano mio padre, Pumadoraro: veniva infatti da Acquaro di Cosoleto a vendere i pomodori qui in paese) anche per me era arrivato il momento di scegliere se continuare la tradizione di famiglia o andarmene e cercare nuove strade. Su suggerimento di diversi paesani che lavoravano a Milano e dopo aver conseguito le patenti D e K per guidare i mezzi pubblici, decisi di partecipare al concorso indetto dall’ATM di Milano, era il 1996. Il 16 giugno del ’97 fui assunto. Non fu però così semplice per me lasciare il paese, gli amici e le abitudini tipiche dell’infanzia eufemiese di quegli anni, soprattutto la mia famiglia, nonostante avessi mio fratello Franco a Milano.
Ricordo ancora il primo Natale passato lontano dalla famiglia: essendo tra i nuovi, quel giorno mi toccò lavorare; mentre ero al telefono con mia madre, lei mi disse che mancavo solo io e, quando chiusi il telefono, iniziai a piangere. Non è stato facile abituarsi alla vita milanese e ai suoi ritmi. Inoltre non conoscevo neanche una via di Milano e, sebbene pensassi che il mio lavoro sarebbe stato la guida dei bus, mi destinarono alla guida dei tram e dovetti prendere un’altra patente interna nell’ATM.
Dopo i primi giorni di lavoro, facendo sempre la stessa linea e iniziando a conoscere i passeggeri, le vecchiette cominciarono ad identificarmi come “il bambino che guida il tram”; ricordo in modo particolare un signore, uno psicologo, il quale mi disse che dopo vent’anni lo sarei diventato anche io a furia di osservare quotidianamente le persone. Adesso, a distanza di anni, penso che avesse ragione: mi sono proprio abituato a osservare i passeggeri, a conoscerli attraverso i loro gesti, le loro parole e i loro comportamenti. Tutto questo mi è stato d’aiuto nel sapermi relazionare nel modo corretto con le persone a seconda di chi avessi davanti. Credo che avere una elasticità mentale sia fondamentale per questo lavoro.
Nel corso degli anni ho assistito a moltissimi episodi di vita quotidiana, spesso situazioni problematiche o pericolose, ma anche divertenti e bizzarre. Mi capita spesso di effettuare turni straordinari, come il servizio su tram adibiti a ristorante o allestiti appositamente per i bambini (per far conoscere loro i vari monumenti di Milano) o addirittura a discoteca o a luogo per festeggiare addii al nubilato e compleanni. Momenti alternativi insomma, durante i quali devo stare sempre attento e capire come interagire con le persone. Molte sono le esperienze che ho vissuto, magari un giorno le raccoglierò tutte in un libro.

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Come sono cambiati il tuo lavoro e i passeggeri nel corso di questi 20 anni?
Sfatiamo il mito del milanese freddo e distaccato. È vero che inizialmente, in una sorta di meccanismo di protezione, il milanese tende a stare sulle sue e a non dare troppa confidenza, ma una volta che ti conosce e che decide di darti la giusta confidenza, si apre completamente.
Più che il milanese però penso sia cambiato il popolo italiano. C’è una crisi di valori dilagante. Ricordo per esempio che, durante i primi anni, le vecchiette spesso mi offrivano il caffè, a Natale mi regalavano i panettoni. E non perché avessi necessità di queste cose, ma per genuino legame di affetto, di amicizia; oggi tutto questo non esiste.
Oggi si crede che tutto sia dovuto: e anche un minimo ritardo del tram, più che suscitare curiosità o preoccupazione nelle persone, si rivela come disappunto e critica, spesso rabbia nei confronti dell’incolpevole autista, perché prevale l’io sul tutto. E, come dicevo prima, se non hai l’elasticità mentale e la tolleranza necessaria per trattare con le persone finisce che ci litighi ogni giorno. Una volta si parlava di più: le persone, trovandosi sul tram chiacchieravano, pur non conoscendosi. Oggi trovo tutti a testa bassa, smartphone in mano, o con le cuffie alle orecchie; ci si isola sempre più, non ci si parla. Così non mi trovo più ad ascoltare quei discorsi e quelle storie come tanti anni fa.

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È facile guidare un tram?
Guidare il tram non è assolutamente facile come si potrebbe pensare. A differenza di un bus, il tram quando frena ha uno spazio di arresto maggiore. E la cosa più difficile è che costantemente bisogna guardare lo spazio circostante e prevedere quello che sarà il comportamento dei pedoni, dei ciclisti, degli automobilisti, prima ancora che si realizzi e solo sfruttando dei minimi segnali dell’ambiente circostante. Essere autista di tram non vuol dire solo guidare il mezzo. In caso di malori o atti di violenza che richiedono l’intervento delle autorità, in quanto responsabile del mezzo, ho l’obbligo di contribuire a compilare rapporti, referti, dichiarazioni e quant’altro.

So che sul posto di lavoro hai conosciuto una persona importantissima per la tua vita, com’è accaduto?
Ho conosciuto l’amore della mia vita proprio sul tram. Prendeva sempre la linea 27 per andare a lavoro e prendeva sempre posto vicino alla mia postazione; così dallo specchio retrovisore riuscivo ad osservarla. Prima dei sorrisi, poi degli ammiccamenti, finché ebbi il coraggio di darle il mio numero di telefono. Solo dopo due settimane mi scrisse, e da quel momento non ci siamo più lasciati. Nel 2001 abbiamo deciso di sposarci. Alla fine anche lei si è appassionata a questo lavoro, tanto da decidere di farlo a sua volta: siamo marito e moglie ed entrambi autisti di tram.

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Sei stato per 10 anni consigliere comunale nella circoscrizione 3 di Milano, com’è andata questa esperienza politica?
Per 5 anni, consigliere di maggioranza, i successivi all’opposizione. Per me la politica è una passione. Fin da bambino, osservando anche mio padre che ha avuto dei trascorsi in politica, sono sempre rimasto affascinato dal vedere persone che insieme si impegnano per la comunità.
Mi piaceva andare per le strade di Sant’Eufemia ad attaccare manifesti, ad allestire i comizi, a organizzare le feste dell’Unità in Pineta. Sono quindi cresciuto in questo ambiente imparando a conoscerlo. Non si entra in politica da un giorno all’altro, credo che prima bisogna dare un contributo alla tua comunità per permettere alle persone di conoscerti e apprezzarti per quello che fai e solo successivamente decidere di candidarsi.
Con il voto le persone scelgono da chi devono essere rappresentate all’interno delle istituzioni e quindi se si opera per il bene della collettività, pur non ricoprendo incarichi politici, è più facile guadagnarti quella stima e quella considerazione delle persone che poi le convincerà a darti il proprio voto.
Da sempre mi impegno nel sociale e in tutte le realtà in cui ci sia stata la possibilità di assumere una posizione che richiedeva un impegno e una partecipazione; mi sono messo sempre in prima fila per fare la mia parte. Molte persone hanno sempre riconosciuto e apprezzato questo mio impegno tant’è che nel 2006 quando mi candidai nella lista del UDC arrivai secondo per numero di preferenze con 160 voti.
Mi ero catapultato in una realtà molto più grande di me che non conoscevo e quindi per i primi 5 mesi, nelle varie sessioni di consiglio, non aprivo neanche bocca. Ho studiato, mi sono documentato e imparato tutti i meccanismi burocratici che servono per poter amministrare. Ho imparato a conoscere gli emendamenti, le interrogazioni, le determine dirigenziali e come stilare tutto ciò e discuterli con gli altri che erano professionisti.
Quando finalmente iniziai ad avere un ruolo nel dibattito politico, apprezzando le mie doti, mi diedero su mia esplicita richiesta l’assessorato ai trasporti, essendo un settore che conosco molto bene, e proprio per questo motivo sono riuscito a risolvere diversi problemi legati alla viabilità milanese, con delibere appoggiate anche dalle opposizioni. Questo mi ha fatto molto piacere anche perché nelle cose giuste non ci sono e non dovrebbero esserci decisioni di partito.
Dopo un anno, l’assessore per le attività sportive e giovanili si è dimesso e vollero me per sostituirlo. Con un bilancio di 100.000 ho avuto la possibilità di interagire con le realtà sportive del territorio e creare qualcosa di nuovo. A differenza di chi sfruttando la propria posizione politica ha elargito contributi solo ad alcune società nell’ottica di beneficiarne nelle successive elezioni, io ho cercato di supportare tutte le società spronandole nel presentare progetti e iniziative valide, per poi sottoporle al consiglio comunale. Sono riuscito anche ad istituire la Festa dello sport, nel 2008, grazie alla quale ogni società aveva uno stand e la possibilità di mostrare alla gente le proprie attività.

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Che ne pensi della politica a Sant’Eufemia?
Amministrare non è per niente facile, specie in un piccolo paese di una regione in difficoltà come la Calabria. Ci si può insediare pieni di buoni propositi, ma poi ci si scontra inevitabilmente con la realtà. Come un buon padre di famiglia, si deve operare tenendo conto del budget che si ha a disposizione, dovendo dosare le risorse nel miglior modo possibile, e non è mai facile.
Ho seguito questa campagna elettorale appena conclusa e dalla mia piccola esperienza politica ho provato a dare dei suggerimenti ai principali candidati, lanciando anche la proposta dell’applicazione dell’articolo 15 della legge 267/2000 per creare un’unione di comuni nelle vicinanze con meno di 5000 abitanti, per poter poi ricevere maggiori stanziamenti economici per i successivi 10 anni. Per fare ciò bisogna innanzitutto anteporre l’interesse della collettività ai propri, visto che, con un eventuale consorzio, diminuirebbero le poltrone da assegnare. In secondo luogo riuscire a spiegare alla popolazione i vantaggi e gli svantaggi che ci sono, in maniera imparziale e precisa.

Quale pensi sia la differenza sostanziale nel fare politica a Milano rispetto al paese?
A Sant’Eufemia quasi l’80% dei voti sono voti di preferenza. A Milano forse il 10%, il resto sono tutti voti di lista. La gente non ti conosce e quindi vota la lista o il partito che rappresenti. Qui diventa allora fondamentale il percorso precedente alla politica come ho detto prima: se ti impegni per la collettività ci sono maggiori possibilità di riceve poi la fiducia e il voto della gente. Adesso non vivo più a Milano, ma a Segrate, luogo in cui, ricominciando da zero, sto quotidianamente costruendo nuove basi, cercando di impegnarmi in varie attività per apportare cambiamenti utili alla comunità, farmi conoscere, così che in futuro io possa provare a continuare a fare del bene per le persone ma ricoprendo un ruolo istituzionale all’interno del comune.

Qual è stata la migliore cosa che tu abbia fatto in politica?
Penso sia significativo descrivere un particolare episodio della mia vita, per far capire quali siano i valori in cui credo. La sera del 24 dicembre, arrivato al capolinea, trovai una famiglia italiana di senzatetto che dormiva per terra. Iniziai a parlarci e farmi raccontare la loro storia, di come si siano trovati a perdere lavoro e casa. Tornando a casa continuai a pensare a quella povera famiglia.
Pensavo all’ipocrisia che regna dappertutto, come possa essere possibile che alla vigilia di Natale ci sia chi ride e scherza seduto in una tavola piena di cose da mangiare, e chi, come quelle persone, sia costretto a vivere in strada. Feci preparare una teglia con qualcosa da mangiare, promettendo ai miei figli che sarei ritornato prima che scattasse la mezzanotte; tornai da quella famiglia e, oltre ad un pasto caldo, ho dato al capofamiglia il mio numero di telefono. Ogni tanto mi chiamava e, quando potevo, cercavo di aiutarli come mi era possibile ma ovviamente l’aiuto che potevo dare io non è quello che può dare una istituzione come il comune.
Erano gli anni in cui ero all’opposizione e decisi che avrei portato la situazione di questa persona all’attenzione dell’amministrazione. Abbiamo allora contattato giornali e televisioni, inviando un video che chiunque può trovare su Youtube, in cui mostravamo le condizioni di vita di quella famiglia e annunciavamo che il giorno successivo saremmo andati insieme al consiglio comunale e che questa persona avrebbe messo lì le sue coperte e non se ne sarebbe andato finché il consiglio non avesse provato a risolvere il suo problema.
Mi sono fatto suo portavoce e ho esposto il problema al consiglio minacciando come opposizione, di bloccare tutti i lavori se non avessero risolto quel problema. Per fortuna tutti e 16 dell’opposizione eravamo d’accordo su questa linea da tenere e hanno sposato tutti questa causa. Per farla breve, il consiglio si convinse a trattare la questione, fecero intervenire anche il diretto interessato, il quale si trovò a spiegare il suo disagio e la sua condizione. Dopo due giorni ha ricevuto una casa e un posto di lavoro all’AMSA e oggi, insieme alla moglie, attendono di avere un bambino. Questa è stato il miglior successo della mia carriera politica.

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So che tanti anni fa hai fatto una scelta di vita che l’ha poi influenzata profondamente. Ti va di parlarcene?
Fare politica vuol dire amministrare per la collettività sacrificando il proprio tempo e la propria famiglia. Bisogna avere una propensione nell’operare per il bene senza secondi fini.
Questo dipende anche dal modo in cui ciascuno è; per ciò che riguarda me, posso dire che la scelta religiosa che ho fatto tanti anni fa ha influenzato la mia vita in maniera radicale. Erano i primi tempi della mia nuova vita a Milano. Conducevo una vita frenetica con ritmi accelerati. Io mi sentivo perso, sentivo che dentro di me mancava qualcosa.
Prima di partire, don Carmelo mi regalò un vangelo illustrato, consigliandomi vivamente di leggerlo. Per 2 anni rimase nel comodino, ma trovandomi in quello stato decisi di darci un’occhiata. Notai subito un forte contrasto tra ciò che leggevo e ciò che mi era stato detto sin da bambino, in un paese dove la cultura religiosa è molto presente e invadente. A furia di studiare la Bibbia, decisi di abbandonare la religione cattolica per abbracciare quella evangelica.
Puoi immaginare come questa scelta non sia stata né accettata né compresa dai miei parenti e dai miei conoscenti in paese e per questo ci sono stato male per diversi anni. Percepivo proprio del disprezzo da parte di qualcuno, soprattutto in un paese come il nostro, in cui le ricorrenze religiose sono abbastanza frequenti e frequentate. Per fortuna col tempo qualcuno ha avuto un’apertura nei miei confronti, comprendendo e accettando la mia decisione. Oggi sono sempre più orgoglioso di questa scelta, mi ha aiutato moltissimo nel modo di relazionarmi col prossimo e forse anche per questo sono riuscito ad ottenere i risultati che ho avuto.
Per certi versi comunque le due religioni sono simili pur avendo numerose e sostanziali differenze. Diciamo che un cattolico vive la religiosità mentre un evangelico vive la cristianità. Religiosità significa vivere nelle tradizioni, seguendo quello che ci è stato trasmesso dai genitori o dalla chiesa, mentre la cristianità significa seguire le orme di Cristo, sposando i principi biblici che Gesù ci ha dato, come l’amore. In paese spesso si utilizza il termine “cristiano” per enfatizzare le qualità di un individuo, “sei cristiano…”, “guarda che cristiano…”, ma in realtà lo usiamo nel modo scorretto, perché appunto si dovrebbe definire cristiano chi segue la parola di Cristo. Per esempio, io ormai ho abbandonato completamente il sentimento dell’odio. Se qualcuno mi fa un torto io magari non voglio averci più a che fare, però non porto odio.

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Ti piacerebbe tornare a vivere in paese?
Ogni giorno sempre di più cresce in me il desiderio di cambiare vita e tornare in paese. È la terra in cui sono nato e cresciuto e, nonostante i problemi, ne vado sinceramente orgoglioso. Ciò che sono oggi lo devo anche all’ambiente in cui sono cresciuto. Un ambiente che mi piacerebbe vedere in continuo miglioramento. Credo che dopo le esperienze vissute qui al nord, sarebbe giusto per me, e in generale per chiunque se ne sia andato, tornare e sfruttare le proprie esperienze di vita vissuta altrove per operare per la comunità, arricchendo sotto tutti i punti di vista il paese. Credo sia molto importante come contributo.
A Sant’Eufemia molti individui potrebbero essere definiti mele marce, ma c’è anche una gran parte di persone che mi fa ben sperare e la solidarietà che mio fratello Valerio ha ricevuto dopo quanto accaduto ne è la dimostrazione. Il popolo eufemiese non è il popolo di quei pochi soggetti che cercano in ogni modo di condizionare il territorio pensando ai propri interessi, ma è un popolo che vuole uscire da questi meccanismi e vedere un cambiamento e quindi, nonostante la disgrazia accaduta, io ho gioito per l’affetto dimostrato a mio fratello. Questo è uno tra i tanti cambiamenti che mi farebbe piacere vedere: se cambiano le persone, cambia una mentalità e se si educano i figli in un modo differente, Sant’Eufemia può sperare in anni migliori.

Davide Carbone

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