Verità politica: ossimoro?

Il classico machiavellismo: il fine giustifica i mezzi. Da sempre, il potere si intreccia con la menzogna e, tecnicamente, rimane uno di quei nodi talmente tanto stretti con cui il povero e umile demos (popolo) è costretto a fare i conti senza avere mai un rendiconto trasparente. Menzogne su menzogne non fanno altro che creare una catena di montaggio in cui si aggiunge, si modifica, si alimenta una frase, il cui prodotto finale è una grande bufala. La domanda è la seguente: fino a che punto il nodo che lega la politica con le bugie si può stringere? O meglio: potremo mai scioglierlo?
Non si può negare che pur senza essere legittima, la bugia è parte integrante ed essenziale della politica di oggi e, oserei dire, di sempre. Cosa sono i politici alla fin fine se non degli attori che recitano una parte? Una parte in cui possono optare di far emergere la vera natura della loro essenza e il nitido e limpido progetto della loro possibile carriera; o una parte del tutto costruita in cui emerge una natura artificiale e un progetto pressoché distorto. La propaganda è il mezzo di cui si servono per raccogliere consensi, nei modi e termini da loro scelti durante il loro percorso.

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Il sentiero si divide in due diramazioni e due possibili strategie: promesse che non potranno mai essere mantenute, occultamento e alterazione di informazioni che il potere politico detiene, oppure esposizione di un programma politico giusto, senza fronzoli ed obiettivamente valido, conoscibile e possibile da mettere in atto. Inevitabile è cogliere l’evoluzione della figura del politico stesso negli anni. Oggi non parliamo più di sovrano con scettro e corona e nemmeno di principe machiavelliano un po’ volpe e un po’ leone, che non deve sentirsi obbligato a mantenere la parola data, il cui scopo principale deve essere la sopravvivenza dello stato, senza scrupoli morali, che evita comportamenti che danneggiano la sua immagine pubblica screditandolo davanti a tutti.
Oggi ci troviamo davanti un politico proposto al consenso per i suoi difetti, per la sua normalità umana, a cui sicuramente non manca l’astuzia del buon principe accompagnata da mezzi innovativi. Perché mi accingo a parlare di politica? Perché è scoperta antica che politica e fake news sono sempre andati di pari passo.  Sappiamo bene che queste ultime, che da sempre hanno accompagnato le real news, sono informazioni false prodotte e diffuse con l’intento malevolo di ingannare per motivi economici o politico-propagandistici, esemplificativo il caso in cui si vuole danneggiare una contro-parte.  Se già il referendum sulla Brexit ne aveva dato un assaggio, sono state le elezioni statunitensi il vero piatto da portata per il trionfo delle fake news come arma di propaganda massiva. “Se Trump ha vinto è colpa delle fake news e di Facebook” risuonava per le strade americane grazie all’unisona voce di numerosi giornalisti e media subito dopo la vittoria.

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Sembrerebbe infatti che l’attuale presidente abbia dimostrato di sapere utilizzare a proprio vantaggio alcune bufale emerse sul web in modo da screditare l’avversario. Con il risultato che, anche se non hanno avuto un impatto rivoluzionario sull’esito del voto, hanno comunque contribuito a inquinare l’atmosfera della campagna elettorale, come sempre del resto. Mettiamo in primo piano il ruolo del giornalista, che sicuramente ha giocato da titolare. Il buon giornalista, il paladino della verità, che indaga, che viene a capo di tutto… Dov’è?
Le testate giornalistiche, quelle importanti, hanno perso di vista il proprio obiettivo facendosi abbindolare dal Dio Denaro? Si fa sempre riferimento al web, in cui possiamo tutti improvvisarci giornalisti, ma a cadere nel circolo vizioso del profitto e delle falsità sono anche alcuni giornali di fama internazionale. L’informazione, soprattutto quella politica, è spesso filtrata, a favore dell’una o dell’altra parte, ma non è compito dei giornalisti far vincere questo o quel candidato. Giornalismo è controllo dei fatti. L’obiettivo non è modificare l’idea delle persone, ma offrire informazione quanto più possibile accurata e affidabile.
Se vogliamo condurre una battaglia a favore dell’informazione sana, a quale santo dobbiamo votarci? Perché se a combattere per noi sono i potenti, a capo della verità, mi dispiace ammetterlo, non ci arriveremo mai. Charlie Beckett, giornalista inglese, ha scritto: “Il 2017 sarà l’anno in cui i giornalisti dovranno imparare l’umiltà e il coraggio. Non sappiamo abbastanza e non abbiamo più sotto controllo l’attenzione del pubblico. Ma abbiamo bisogno di buon giornalismo ora più che mai in un mondo complesso e instabile dove l’informazione è spesso un’arma e la confusione è ora una strategia politica.” Per troppo tempo, si è parlato di un uso strumentale dell’informazione che è alla base di carriere, successi commerciali e politici.

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La storia, come una macchina fotografica, ha un rullino grande millenni in cui sono stati immortalati tanti eventi politici in cui la verità non ne è sicuramente uscita vittoriosa. Sarebbe bello però riuscire a vedere le diverse sfumature di una vicenda, come quelle macchine fotografiche che ci regalavano da bambini, in cui guardavi dentro e spesso le foto, in base alla luce, cambiavano prospettiva. Potremmo orientare la storia verso la verità o verso la bugia e decidere a cosa conviene credere, non cosa ci vogliono fare credere, perché evidentemente non tutti riescono ad accettare la verità ed è proprio per questo che con il tempo, ad essere tutelata è stata la bugia, grazie alla nascita della Ragion di Stato che riconosce al potere il diritto di mentire.
In Italia abbiamo una lunga esperienza di falsità di Stato e di silenzi su fatti decisivi e momenti terribili della nostra storia, ma ci culliamo sull’esistenza di informazioni riservate che potrebbero alterare l’equilibrio democratico. La verità è che se il popolo viene trattato come deve e viene guidato alla luce della verità dalla buona politica, l’equilibrio democratico si incrementa, perché la democrazia è direttamente proporzionale alla fiducia. I regimi autocratici o oligarchici, comportano separazione che, nel caso migliore, si traduce in indifferenza, in quello peggiore, in inimicizia e avversione.
Solo la democrazia vive e si alimenta di un circuito di reciproca fiducia che può esistere solo a condizione che i governanti non si costituiscano in classe separata, solo a condizione che i cittadini comuni non li vedano come cosa diversa da sé.  E non c’è bisogno di screditare nessuno, tanto meno di trasformismi vari. C’è bisogno di onestà e coerenza. Dunque, se ci mobilitiamo contro le fake news, sarà indispensabile, volendo essere credibili e onesti, allargare la discussione pubblica a tutto ciò che in qualche modo ha come risultato quello di disinformare i cittadini.
I media e la politica, pertanto, sono parte del problema e gli stessi giornalisti, e chi si occupa di informazione, dovrebbero farsene carico.

Cetty Scarcella

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