Estate da Libera

Nei giorni scorsi ho incontrato Alessia, una giovane che ha già scritto per il nostro blog. Ci siamo confrontati sulle nostre aspettative, sul nostro futuro personale e su quello del nostro paese. Del contesto che viviamo, del nostro territorio che fatica ad emergere a livello economico e culturale. E’ nata una bellissima conversazione e una testimonianza che io ho sentito in dovere di rendere pubblica, così che possa essere condivisa con tutta la nostra comunità. Alessia ha accettato volentieri, ed io ne sono profondamente orgoglioso e felice.

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A suscitare in me un primo interesse nei confronti di “Libera” sono state le meravigliose, infallibili e mai fallaci, parole di don Luigi Ciotti, fondatore e presidente della stessa associazione; ma se è vero quel che si dice “non può comprender chi non tocca con mano”, allora a farmi innamorare veramente di questa realtà, a farmi cogliere la sua bellezza e l’importanza che essa ha sul nostro territorio, credo siano stati quei pochi e intensi giorni d’estate trascorsi in uno dei tanti campi organizzati in Italia. Sì perché, ogni estate, migliaia di giovani (italiani e non solo) scelgono di vivere un’esperienza di impegno, formazione e, ovviamente, divertimento, su terreni e beni confiscati alle mafie, precedentemente sfruttati dalle stesse con l’esclusivo, egoistico e sporco scopo di “riempirsi ulteriormente le tasche”; luoghi che, sotto l’egemonia mafiosa, vengono spesso privati della loro iniziale bellezza e meritano riscatto. Per tale ragione, ogni giorno abitanti e associazioni del posto ed ogni estate ragazzi desiderosi di diventare ed essere cittadini attivi, si mettono in gioco per “LIBERAre” e ridare vita a questi territori.

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È durante questi campi che ho capito che le parole di don Ciotti non sono che una normale conseguenza a tutto ciò che ci sta dietro: una grande macchina operatrice che, senza sosta e senza alcun tornaconto, semina amore nella propria terra, con la speranza che un giorno il cielo diventi meno burrascoso.
Finora ho partecipato a due campi estivi, entrambi nella nostra regione, la Calabria, che ho volontariamente scelto perché è questo uno dei luoghi che ha maggiormente bisogno del contributo di anime inquiete, instancabili, portatrici di innovazione, speranza e coraggio come noi giovani; perché, se forse ancora non l’avessimo capito, siamo proprio noi gli eredi di un patrimonio che abbiamo il dovere di custodire, valorizzare e cercare di rendere giusto.
Uno degli insegnamenti più belli che ho avuto modo di apprendere e far mio durante le esperienze di campo è che la vera cultura non è nozionismo, ma saper vivere in comunità, saper unire le diversità di cui è, fortunatamente, proprio il genere umano e farne un’unica, irrefrenabile forza per costruire il cambiamento. È per questa ragione che sento il dovere di condividere e raccontare alla mia comunità ciò che ho vissuto, con il desiderio che un domani potrete e insieme potremmo essere protagonisti di un’esperienza simile.
Il campo si svolge in 6/7 giorni e una sua giornata “tipo” consiste grossomodo di tre momenti.

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La mattina, forse la più faticosa, ci si dedica a svariate attività che trasformano il nostro impegno in qualcosa di concreto: attività agricole o risistemazione del bene; si passa dall’estirpare le erbacce e piantare nuovi frutti, dal potare gli alberi e lavorare nei vigneti allo “sporcarsi” le mani per “ripulire” l’immobile in cui alloggiamo, magari imbiancandone le pareti! Ovviamente in una settimana non si può fare molto, piuttosto si tratta di lasciare un segno pur “simbolico” che sia, ma comunque effettivo del nostro impegno, del nostro metterci la faccia!

A tali attività manuali si aggiungono, nel pomeriggio, momenti di formazione: incontri con i familiari delle vittime o con le vittime stesse delle mafie, coloro che ai nostri occhi sono una fonte inesauribile di coraggio, forza, determinazione, nonché amore, e agli occhi dei quali noi il futuro e la speranza; incontri con giornalisti, magistrati che costantemente ci ripetono che se la lotta alla mafia viene delegata solo alle forze dell’ordine non si incide sul fenomeno criminale e ci incitano ad essere luci sempre accese per contrastare l’oscurità di qualsiasi tipo di criminalità. E di un vero e proprio momento di formazione si tratta in quanto nel pomeriggio, inoltre, si approfitta del tempo rimasto per diventare veri e propri turisti, visitare e conoscere le risorse naturalistiche, paesaggistiche, storiche e culturali che il territorio offre e – perché no? – fare un tuffo in mare!

La sera è invece dedicata a noi, a conoscerci meglio, a confrontarci, a raccontare le nostre esperienze e la nostra vita, parlando nei diversi dialetti di ogni regione d’Italia, cucinando un piatto tipico, sfruttando i propri talenti, come saper suonare o cantare, per condividere insieme veri momenti di bellezza. Perché come diceva Peppino Impastato “se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”.

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Non mi resta che dire: forse un uomo da solo non può convertire un intero sistema sbagliato, ma più uomini, più giovani, uniti nelle loro diversità dai medesimi ideali, non sono forse invincibili, non sono forse vera bellezza?

Alessia Coletta e Francesco Martino

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