Intervista a Giuseppe Carbone

Quali ricordi ha della sua adolescenza?
Ho frequentato solo le scuole elementari perché, essendo nato nel 1929, gli anni durante i quali avrei dovuto frequentare le medie erano gli anni della guerra e i miei genitori, come molti genitori dell’epoca, avevano paura di mandare i propri figli fino a Palmi. Quindi fui costretto a dedicarmi al lavoro già da piccolo, d’estate facevo il contadino, in inverno lavoravo al frantoio oliario del notaio Pietro Pentimalli, mio padre ne era il direttore.
Il frantoio si trovava all’inizio del paese, sottostante la Pineta e, poco distante da là, c’era la casa della mia famiglia. Mi occupavo delle mansioni tipiche di un frantoio: raccogliere l’olio con la piddha, caricare la macina, scaricare le olive.
Da noi in paese la guerra non è stata percepita in modo particolare, anche se quando gli alleati sbarcarono in Sicilia, i tedeschi si ritirarono nella penisola e un centinaio di loro si accamparono a Sant’Eufemia e, più precisamente, nella Pineta, quindi vicino alla nostra abitazione. Ricordo ancora come mio padre vicino casa nostra aveva costruito un rifugio per ripararci da eventuale bombardamenti e tutte le volte che sentivamo rumore di aerei fuggivamo a ripararci.
E proprio l’1 settembre 1943, quando avvenne il bombardamento, io e la mia famiglia ci nascondemmo al rifugio. La bomba cadde proprio sulla nostra casa, mentre il rifugio, distante una cinquantina di metri, venne distrutto dai detriti e dall’onda d’urto della bomba. Ci salvammo per miracolo. Ricordo ancora la polvere che riempiva i nostri occhi e le nostre bocche. La nostra è stata l’unica casa colpita e danneggiata, perché il bombardamento era rivolto contro i tedeschi ritiratisi in quella zona, i quali, fortuna loro, forse avendo avuto un qualche presentimento, scapparono la notte prima.
Una volta la Pineta era completamente piena e folta di alberi, come un vero e proprio bosco dell’Aspromonte, ragion per cui i bombardieri non potevano sapere se ci fossero ancora i soldati nemici o no. Con la casa fu distrutto tutto quello che aveva la nostra famiglia: bauli pieni di corredi per le mie sorelle, vitelli e maiali della nostra stalla, vestiti, tutto.
Negli anni proprio questi ricordi mi hanno portato a scrivere poesie; una si intitola proprio 1 settembre 1943.
Devo dire che fortunatamente nel giro di pochi giorni il sindaco ci affidò un’abitazione vuota in via Michele Fimmanò, poco prima della Pineta, dove fino a poco tempo prima, data la presenza di militari nel paese, era stata allocata la fureria.

peppino carbone 02

Come è arrivato a Monza?
Crescendo capii che quella vita al frantoio non era la vita che volevo. Riempirmi di polvere in estate ed essere tutto unto d’inverno non faceva per me. In estate non sapevo cosa fosse una festa, dato che l’acqua per irrigare i terreni potevamo usarla solo di Domenica.
Nel 1950, raggiunta la maggiore età (all’epoca a 21 anni) andai a Reggio per la leva obbligatoria, ma fui rimandato all’anno successivo perché non raggiungevo gli 80 cm, requisito minimo come misura di torace, avendone io 79. Nel settembre del ’51 iniziai il militare nel reparto di Artiglieria al centro addestramento reclute di Anzio. Nei mesi successivi mi fecero trasferire a Sabaudia, poi a Bologna presso la caserma IV Novembre di San Lazzaro e poi a Bari Palese.

peppino carbone 03

Io facevo sia da radarista per monitorare il traffico aereo e sia da avvistatore. Ero stato addestrato a capire l’altezza e la velocità di volo di un aereo che passava sopra la mia testa; ho anche appreso nozioni di meteorologia a Bari, imparando a riconoscere i venti e le perturbazioni.
In questi 15 mesi di militare, nelle giornate di permesso, mi capitò di trovarmi alcune volte a Milano. Capii che si trattava di una città dalle grandi opportunità, dove potevi facilmente trovare del lavoro.
Congedatomi 10 giorni prima del Natale del 1952, tornai in paese e per i mesi successi aiutai la famiglia negli impegni quotidiane. Passati tre mesi, manifestai la volontà ai miei genitori di volermi trasferire al nord. Loro erano contrari, ma io ribadii la mia volontà di volere una vita diversa. Il 23 Marzo del 1953, io insieme a Domenico Carbone (“Micu da guardiola”, lo chiamavamo così visto che abitava in una località in paese che chiamavamo “la guardiola”) arrivammo dopo 18 ore di treno a Milano.
In paese eravamo venuti a conoscenza che due nostri paesani, “Peppi u Mindicu” e Nino Saccà dei “Pileri”, stavano a Milano; così, arrivati in stazione centrale, ci dirigemmo direttamente a Baggio, dove sapevamo di trovare i due paesani nostri. Loro alloggiavano in una residenza in cui purtroppo non c’era più posto per noi, ma riuscirono a parlare col proprietario e farci dormire su della paglia nella stalla annessa alla residenza. Nel frattempo, chiacchierando con loro, venimmo a sapere che a Milano si trovava un altro paesano, un tale “Peppino Pangallo” che ci indirizzò dal collocatore a Monza il quale, per farci lavorare, ci chiese una mazzetta di 10.000 lire per il rilascio del nulla osta.
Iniziai a lavorare come manovale in cantiere, a Monza. Trovai un luogo dove poter dormire da una signora che affittava camere. Io la avvisai immediatamente del fatto che non avevo soldi e che avrei potuto pagarla solo dopo essere stato retribuito e lei fortunatamente fu molto disponibile. In cantiere trasportavo mattoni, malta, cemento e altri materiali. Il supervisore ci aveva raccomandato di lavorare bene e senza pause. Non ero abituato a quel tipo di lavoro e, dopo diverse ore, mi ritrovai con la schiena a pezzi e quindi rallentai. A fine giornata fui chiamato nell’ufficio del direttore e licenziato. Quando la sera tornai a casa, la signora mi vide demoralizzato e le spiegai la situazione e lei fu molto comprensiva nei miei riguardi. Nel corso dei mesi successivi lavorai sempre come manovale. Nel mondo dell’edilizia, specie in quegli anni in cui gli inverni non erano come quelli di oggi, tutto si fermava dal periodo precedente il Natale fino al mese di marzo ed io ne approfittavo sempre per tornare a Sant’Eufemia e stare un po’ in famiglia facendo sempre la mia parte.

peppino carbone 04

È stato difficile riuscire a inserirsi nel settore edilizio lombardo?
Abbastanza. Ogni volta che tornavo a Monza bisognava sempre cercare una nuova ditta per lavorare. Mi iscrissi ad un corso privato di arte edile che frequentavo dopo il lavoro. Dopo qualche mese però, mi trasferirono a Milano Roserio e, per via delle ore che mi occorrevano per andare a lavorare, due ore all’andata e due al ritorno, fui costretto ad abbandonare il corso. Rimasi in quella ditta per diversi anni, durante i quali mi fu consentito di lavorare come muratore.
Nella primavera del ‘57, ritornato dal periodo di pausa invernale, riuscii a lavorare insieme ad un architetto meridionale di Milano e, dato che avevo appreso nozioni di disegno edile, mi propose il ruolo di capo cantiere in un nuovo appalto. Io gli manifestai la mia inesperienza e la mia non completa formazione in materia, ma lui mi convinse ad accettare con la promessa che ci sarebbe stato lui a supervisionarmi e istruirmi nel caso di mie eventuali lacune. Nel ‘58 iniziai questa nuova avventura e riuscii anche ad acquistare casa, due piccoli locali che, messi insieme, erano di 31 metri quadrati.

peppino carbone 05

Come ha conosciuto sua moglie?
Durante i miei soggiorni invernali mi capitava a volte di vederla di Domenica a messa o al mercato. Abitando lei in contrada San Bartolo, non veniva spesso in paese. Vicino a casa dei miei genitori però abitava il mastro calzolaio Peppino Monterosso con la moglie. Quest’ultima con i miei familiari lodava spesso una ragazza, Mimma Monterosso, con la quale erano pure lontani parenti. La sera del 28 maggio del ‘58, durante lo spoglio delle votazioni alle scuole elementari, c’era il padre di questa ragazza e mio padre lo avvicinò per propormi a sua figlia. Lui, tra l’altro nostro lontano parente per via di sua madre di cognome Carbone, disse che ci avrebbe dato risposta nel giro di qualche giorno. Io dissi che non c’era fretta, visto che il giorno seguente dovevo ritornare a Monza e fu per questo che il giorno successivo il mio futuro suocero ringraziò e accolse la nostra proposta. Ci sposammo nel 1960 e io avevo già informato la mia futura sposa che ad attenderci a Monza ci sarebbe stato un mini appartamento di 31 metri quadrati.

peppino carbone 06

Come è riuscito a passare dal Peppino operaio al Geometra Carbone?
Dopo i primi mesi di vita da sposati, manifestai a mia moglie il desiderio di voler continuare gli studi e conseguire un diploma di geometra, così mi iscrissi a scuola. Frequentai per due anni l’istituto commerciale, poi privatamente feci i primi 2 anni di geometra in un anno solo e poi i successivi 3 anni, sempre serali, in un altro istituto di Monza, fino a riuscire a conseguire il diploma di geometra. Nel corso di questi anni lavorai per un’altra ditta sempre a Monza. Purtroppo mi trovai a dover lavorare con un capo cantiere mantovano che odiava i meridionali e che mi ostacolò in ogni modo, al punto da indurmi a licenziarmi. Passai un periodo duro, con pochissimo lavoro, motivo che mi spinse a tornare indietro e lavorare come carpentiere. Per arrotondare comprai anche un negozietto di frutta e verdura per mia moglie.
La svolta si verificò quando, grazie a un mio ex-collega di scuola, nel 1972 riuscì ad avere un incarico nella realizzazione di una villa a quattro piani per suo suocero. Investii gran parte dei miei risparmi per acquistare tutta l’attrezzatura necessaria per il lavoro, 3 milioni circa. Quell’incarico mi ha salvato e ha mi cambiato la vita. Successivamente ne ho realizzate circa una trentina. Nel ‘74 ho voluto anche iscrivermi al tribunale per poter effettuare perizie nel mio ambito lavorativo. Nel giro di poco tempo diventai il punto di riferimento per le perizie legali in ambito edilizio e ambientale. Mi ero finalmente costruito un nome e una buona posizione che ho mantenuto fino al 1996, anno in cui decisi di andare in pensione. Nonostante ciò, continuai ad effettuare perizie fino al 2002.

peppino carbone 07

Torniamo ai primi anni di Monza: non vi mancava la famiglia?
Mi mancavano tantissimo i miei genitori, ai quali ero molto legato e ai quali mancavo molto, soprattutto a mia mamma, essendo io l’unico figlio maschio. Avevo avuto un fratello, purtroppo morto in giovane età a causa della poliomielite, quindi puoi immaginare come mia mamma mi coccolasse e come tutta la famiglia fosse in apprensione per me. Lì a Monza per giunta non c’erano altri femijoti e questo aumentava la mia solitudine anche se la maggior parte del tempo la dedicavo al lavoro e quindi non avevo molto tempo per pensare a questo. Una volta a settimana scrivevo loro delle lettere e ogni tanto ci telefonavamo. Un tempo non era certo facile come oggi riuscire a sentirsi per telefono. Ricordo che dovevo andare all’ufficio della Sip a Monza per prenotare la telefonata, loro poi avvisavano l’ufficio del paese (dal “Cagnolino”) e a sua volta comunicava ai miei genitori la data e l’orario di quando presentarsi all’ufficio per la telefonata. Insomma, non era facile per niente.

peppino carbone 08

Lei quindi ha dato inizio al flusso migratorio di molti eufemiesi verso la città di Monza: com’è stato il rapporto con loro?
Tutte le volte che scendevo in paese, amici e conoscenti mi chiedevano sempre come fosse la vita a Milano e a Monza, tant’è che nel giro di pochi anni metà paese se ne venne qui al Nord. C’erano sia persone volenterose di lavorare e sia persone che pensavano solo a divertirsi. Io mi trovavo a mio agio solo con una ristretta parte di paesani perché il mio obiettivo era quello di lavorare seriamente. Ci frequentavamo ogni tanto, al bar 44 al centro di Monza, dove passavamo un po’ di tempo tra due chiacchiere, qualche partita a carte e qualche tiro a biliardo.
Ricordo con piacere gli amici con cui trascorrevo il tempo insieme. Purtroppo oggi non è rimasto quasi nessuno della mia età e di quella compagnia. Ognuno hai i propri problemi, non ci vediamo più, se non casualmente al supermercato dove si scambiano due parole veloci e niente più. Manca l’affiatamento con qualcuno. Oggi ci sei tu qui con me, sto parlando con te e sono felicissimo di questo.

Come ha detto in precedenza, nel corso degli anni ha avuto la passione di comporre delle poesie, giusto?
Esatto. Ho sempre avuto dentro di me la voglia e il piacere di scrivere i miei pensieri. Ho realizzato una biografia postuma sulla vita di mio padre, e 3 raccolte di poesie, tutto edito e pubblicato. In alcune di queste poesie si percepisce il mio amore per la mia famiglia e le mie origini.

Cosa rappresenta per lei il paese di Sant’Eufemia d’Aspromonte?
Io ho un’infinita nostalgia di Sant’Eufemia. È la terra dove sono maturato come persona. Non faccio come il papa che si inginocchia e bacia la terra, ma poco ci manca. Mi mancano le usanze, mi mancano le amicizie, il chiacchierare con persone della mia stessa origine e della mia stessa “lingua”. Ovviamente mi mancano tutte quelle cose che, finché ero stabile in paese, facevano parte del mio quotidiano ma che ora non conosco più e forse non esistono neanche più.

peppino carbone 09

Non si è mai pentito di essere venuto qui al nord e di aver abbandonato la sua terra e la sua famiglia?
Non sono andato via per capriccio, ma per migliorare, mi dispiace aver lasciato in quella terra i miei genitori, ma non posso sentirmi in colpa. Certo, devo dire che, vedendo oggi i miei parenti zappare, coltivare e raccogliere con nuovi strumenti come trattori e quant’altro, che all’epoca non avevamo, penso che ad averli avuti quand’ero ragazzino non me ne sarei mai e poi mai andato via. Purtroppo non era così. A me sarebbe piaciuto tornare a vivere giù ma non ci sono stati i presupposti. Men che meno ora con 2 figli e 3 nipoti qui a Monza.
C’è stato un periodo, quasi 30 anni fa, in cui volevo comprarmi una casetta in vendita al rione Petto, ma poi con mia moglie abbiamo deciso di rinunciare. Nel 1972, mio padre era venuto a trovarmi a Monza, nel periodo in cui stavo realizzando la villa a quattro piani. Un giorno lo vidi piangere e mi disse che era orgoglioso di me, che ero venuto a Monza per onorare me stesso e la famiglia e che nessuno credeva fossi in grado di realizzare quelle opere. Poche ore dopo gli dissi che mi sarebbe piaciuta l’idea di trasferirmi giù in paese per fare il geometra e gli chiesi un parere. Mi disse sarebbe stato meglio per me restare qui per lavorare date le maggiori prospettive. Fu così che abbandonai ogni pensiero di trasferimento.

PRIMO SETTEMBRE ’43 di Giuseppe Carbone

Trist’è il ricordo mio di questa data,
per dramma che mai più potrò scordare.
La casa di Papà fu bombardata
D’una squadriglia che venìa dal mare.

Allora il gran conflitto infuriava,
ma bel lontano dalla terra mia.
Lì qualche onda radio si captava:
informava di strage e carestia.

Ma un dì di luglio, in sicula Licata,
del ché pur l’onda quasi fece zitto,
sbarcò, potente, la forza alleata
perché il nazista lo volea sconfitto.

Gli americani, in forza superiori
D’uomini e d’arsenali in batteria,
avean già preso l’isole minori
di Lampedusa e di Pantelleria.

Ora s’udivan rimbombi: frastuoni,
sensazioni si avevan di morte,
eran d’offesa ordigni d’ogni sorte
e di difesa obici e cannoni.

Il germano batteva in ritirata
e parte in terra calabra approdava,
ma ben decisa la forza alleata
di dominarlo, dietro lo incalzava.

Un contingente in fuga: circa cento,
accòsto a mia dimora s’accampava:
non si capì qual fosse il loro intento,
ma presto s’intuì che mal portava.

Stavano in luogo ben mimetizzati
Col verde e con le cose circostanti,
ma a tratti divenivano sfrenati
saccheggiando i prodotti: tutti quanti.

Gli adulti miei, impauriti e affranti,
sentian presagio di peggiore stato,
e venne: con effetti desolanti,
quando quel contingente l’han scovato.

Prima ròmbi e frastuoni, or visioni
Di piccole e gran “macchine volanti”
Le prime in lunghe perlustrazioni
l’altre pregne d’ordigni devastanti.

Questi a tappeto vennero sganciati
ed uno cadde sulla casa mia.
Gli essere umani ci siamo salvati:
corremmo in un rifugio sopravia.

Terreo riparo, men certo che tana,
fatto a salvezza di schegge vaganti.
Lì si fuggiva dentro tutti quanti
Quando dava l’allarme la campana.

Con il respiro spento a fior di labbra
e con le mani al petto oppure al crine,
fermi, giacenti in superficie scabra
stretti l’un l’altro si attendea la fine.

Di colpo un susseguirsi di boati,
denso fumo, calìgine, bruciore,
prurito, puzzo e noi scaraventati
col conoscere un po’ come si muore.

Ma quei tedeschi, oggetto da colpire,
vistisi dal nemico individuati,
lesti la notte poteron fuggire
immuni dagli attacchi causati.

Fuor giunti dall’angusta tana umana
col corpo senza mali rilevanti
rovine e danni ne vedemmo tanti,
peggio di quanto straripa fiumara.

Misero Padre mio quanto dolore,
nel vedere la casa sconquassata.
Lì v’era tutto: fatto con sudore:
con la vita al lavoro dedicata.

Or niente c’era: neppur per assaggio.
Orci pieni d’olio, sacchi pien di grano,
corredi, arredi e poi tutto man mano,
distrutto e sparso per un vasto raggio.

Ora, alla vista dell’osservatore,
vìeran ruderi e sossòpra crateri,
tutt’opera del bellico furore
sorta dov’eran fiori fino ieri.

Ridente luogo! Ameno paesaggio
Che, non per parte, ti conobbi raro.
Ma il Padre mio, credente quanto saggio,
disse: “Siam vivi, al resto c’è riparo”.

Davide Carbone

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...