Intervista ad Antonino Parisi

Oggi vi parlo di Antonino Parisi, un mio caro amico che abita ad Arcore, ma a dirla tutta, un amico di tantissimi eufemiesi. Ciò che più mi colpisce di “Ninello”, così lo chiamano gli amici, è il suo smisurato e incondizionato amore per il nostro ed il suo paese, Sant’Eufemia d’Aspromonte. Lui ne parla non con uno sguardo critico o negativo, ma con parole dolci e gentili, intrise di un velo di nostalgia, facendoci viaggiare attraverso i ricordi della sua infanzia.

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Ciao Nino, Ninello per gli amici. Com’è iniziato il tuo viaggio verso la Lombardia?
Il primo viaggio verso questo luogo mi coinvolse direttamente, ma non fui io il primo a partire, fu mio fratello. E fu lui che, due anni dopo il suo arrivo, riuscì a trovarmi un lavoro a Milano. Avevo quindi la sicurezza di avere già un lavoro che mi attendeva. Ciononostante non fu facile per me, un ragazzo di 22 anni, abituato a vivere a Sant’Eufemia, vivere una nuova vita: per recarmi al lavoro dovevo prendere prima un bus per la stazione di Monza, di lì un treno diretto alla stazione Garibaldi di Milano, di cui all’epoca esistevano due soli binari, e poi il tram fino in via Procaccini, nella zona del cimitero Monumentale dove aveva sede la TNT, la ditta in cui iniziò la mia avventura lavorativa qui al nord come magazziniere.
Mi sono dovuto adattare e abituare. Dopo qualche mese, grazie ancora a mio fratello, riuscii a inserirmi nella ditta dove lavorava, riuscendo ad ottenere un regolare contratto di lavoro. Tuttavia, quindici anni più tardi, nella tarda mattina del 7 Luglio 2001, una tromba d’aria si abbatté in vari comuni della Brianza radendo al suolo alcune attività, tra le quali la sede dove lavoravo io, chiudendo definitivamente. Fu un duro colpo, ma fortunatamente, questa volta grazie a mia cognata, riuscii a trovare un nuovo impiego presso una ditta di Gerno, frazione di Lesmo. Da allora sono responsabile al montaggio e smontaggio dei macchinari presso questa ditta che si occupa della produzione di fili elastici ricoperti e, vuoi anche per l’intraprendenza dei proprietari, di lavoro ce n’è abbastanza.

Sant’Eufemia è un paese dove ci sono dei luoghi in cui è facile rievocare dei ricordi. Quali sono i luoghi a cui sei più legato e che ti mancano maggiormente?
Sant’Eufemia mi manca tantissimo. Ho vissuto circa un decennio durante il quale non ho potuto in alcun modo tornare in paese e ti confesso che per me è stata molto dura. Ogni giorno non vedo l’ora di ritornare giù. Mi mancano gli amici. Mi mancano tante cose che oggi non ci sono più.  Mi manca “u cunnettuni“, mi manca la fiumara di Crasta con i suoi laghetti, mi manca la vecchia stazione. Ricordo quando andavamo ai laghetti di Crasta a fare il bagno, dovendo stare attenti a dove lasciare i nostri vestiti per paura che passasse il massaro e ce li portasse via. Come tornare in paese, poi, tutto nudo??!!
E ancora, ricordo il periodo durante il quale mio padre era capostazione in paese: io, insieme agli amici, all’età di 7 anni, amavamo addentrarci nei dirupi sotto il ponte, per andare a giocare, poi nella galleria muniti di bastone, facendolo scorrere lungo le pareti buie così da trovare le rientranze per nasconderci al passaggio della littorina. Poi il vecchio Municipio, un altro posto fondamentale per me. Come ancora si può vedere da alcune foto dell’epoca, c’era un campanile con l’orologio e spesso andavamo a suonare le campane.
Amavamo inventare i giochi per trascorrere le giornate. Giocavamo con i “cannozzi”, ossia delle cerbottane, oppure costruivamo delle “carrozze” con una tavola di legno e qualche cuscinetto così da poter sfruttare le discese ripide del paese fino a quando le guardie non ce le sequestravano. Sono tutti luoghi e ricordi a cui sono molto legato anche perché tutta la mia fanciullezza l’ho vissuta lì. Se potessi tornare indietro di 40 anni lo farei subito.

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Credi che la vita giù in paese sia migliore rispetto a quella del Nord?
Una volta qui il lavoro c’era, oggi non è più così. Non vedo l’ora di pensionarmi per poter ritornare in paese. Non ho motivo di rimanere qui. Da quattro anni vivo ad Arcore, ma non conosco nessuno e le persone con le quali vivi nello stesso palazzo neanche ti salutano. In inverno non saprei com’è la vita giù, ma in estate è una meraviglia. Ti ritrovi con gli amici, ti riunisci per le consuete abbuffate con loro, per le partite a carte, per le chiacchiere insieme. È tutta una famiglia. Da pochi mesi ho anche ritrovato due sorelle in provincia di Catanzaro di cui non conoscevo l’esistenza, ho quindi uno stimolo maggiore per tornare giù. Anche se ci conosciamo da poco, sono riuscite subito a farmi sentir parte della loro famiglia e, insieme ai loro figli, mi hanno dimostrato tantissimo affetto.
In tutta la Calabria e, specialmente a Sant’Eufemia, percepisco nei miei confronti affetto ed ospitalità. Dove si mangia in quattro, c’è sempre posto per persone in più. Il cuore degli eufemiesi è molto grande e generoso. L’anno scorso sono tornato in paese da solo e a casa mia tornavo solo per dormire. Per i pranzi e per le cene sono sempre stato ospitato da persone amiche. Non avendo alcun parente a Sant’Eufemia, gli amici sono la mia salvezza. E amo tornare perché il mio cuore è a Sant’Eufemia. La mattina vado al mare e il pomeriggio mi divido tra Municipio e piazza a chiacchierare con amici e conoscenti visto che comunque conosco tutti e tutti mi conoscono. Quindi direi che preferisco di gran lunga la vita giù in paese perché ritrovo quella umanità che qui al Nord non vedo.

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In paese conosci molte persone e non solo coetanei tuoi. Com’è il rapporto con loro?
Nel tempo ho conosciuto molte persone, grazie anche alle attività e agli eventi che alcune associazioni locali hanno promosso. Grazie alle escursioni organizzate dal Terzo Millennio, oltre a scoprire l’Aspromonte in tutti i suoi sentieri e i suoi luoghi più remoti, come le cascate Forgiarelle, ho avuto la possibilità di rapportarmi e fare amicizie con molti ragazzi e giovani del paese. Grazie all’Agape sono venuto a contatto con persone meno fortunate e ho conosciuto altre persone nuove con le quali spesso ci sentiamo durante l’anno. Se vivessi in paese sarei sicuramente iscritto a queste associazioni.
Vedo l’impegno col quale piccoli e grandi danno il loro contributo. Poi ci sono alcune esperienze che ti arricchiscono come persona, una su tutte l’attività svolta dall’Agape con i bambini più sfortunati. Potresti chiedermi il perché io non mi impegni così attivamente qui al Nord come faccio giù in paese; non lo so, forse perché non c’è nessuno che mi stimoli e mi coinvolga. Quello che manca qui è il rapporto col “femijoto”. Non c’è un luogo di ritrovo. Il tempo vola e la solitudine di certo non aiuta.

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Secondo te il nostro paese è migliorato nel corso degli anni?
È cambiato molto. “U cunnettuni” non esiste più. Ho provato ad andare nei laghetti a Crasta e la strada che conoscevo non c’era più. Gli anni passano e bisogna evolversi. Sicuramente il paese nel corso degli anni è migliorato, però ci sono davvero pochi interessi per i turisti che vengono nel mese di Agosto. Per gli emigrati non ci sono tante serate e in molti non scendono neanche più. Forse perché non piace loro più, forse perché non hanno più dei parenti o forse perché si stanno perdendo le tradizioni.
C’è chi si vende la casa. Io ce l’ho e anche se è chiusa per 11 mesi all’anno, nel mese di Agosto devo per forza andare ad aprirla. Inoltre Sant’Eufemia si è popolata di stranieri e questo va inevitabilmente a cambiare il volto di un paese, specie se rappresentano il 20% della popolazione totale. Bisogna invogliare la gente a tornare in paese. Le processioni abolite hanno dato un duro colpo al turismo che si è quasi fermato.

A proposito di processioni: da quanti anni non vedi la festa di Sant’Eufemia?
L’ho vista l’ultima volta nel 2006 quando la fecero nel mese di Agosto. Mi manca la festa di Sant’Eufemia. Credo sarebbe opportuno ogni 10 anni almeno farla ad Agosto per dare la possibilità a tutti gli emigrati di vederla. Sono affezionato anche alla processione del Sabato Santo che da 31 anni non vedo. E come il sottoscritto, anche la mia compagna Giuditta ama Sant’Eufemia. Le ricorda molto il suo paese, l’Ecuador. Lo ricorda, sia a livello morfologico con le nostre montagne e sia a livello di rapporti tra le persone. Alla fine è come se anche lei fosse una “femijota” emigrata.

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C’è un aneddoto che ti ha colpito nei tuoi numerosi soggiorni in paese?
Mi è capitato che qualcuno non mi riconoscesse o viceversa, specie dopo quei 10 anni passati lontano dal paese. Questo però non mi fa sentire un estraneo anche perché, quando poi ci si spiega e ci si riconosce, si inizia a viaggiare attraverso i ricordi, qualcosa di davvero prezioso, sempre con sorriso stampato sul volto.

Cosa pensi invece di aver dato con la tua vita qui al Nord?
Qui parlo spesso il nostro dialetto; e la parola calabrese che i miei amici conoscono maggiormente è “zzipangulu”. Quando qualcuno giocando alle slot machine vede comparire le angurie tra i simboli di gioco mi dice “Guarda Nino, ii zzi panguli”. Mi piace insegnare le nostre parole.

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Concludiamo parlando di cibo. Il cibo calabrese che per ciascuno di noi è un punto fondamentale nella nostra vita. È così anche per te?
Assolutamente sì. Mi manca il nostro mangiare semplice e genuino, derivato dalla terra e dal duro lavoro. Quando giù mi invitano a lasagne o altri piatti preparati io dico “No, datemi pasta e fasolu, pasta e vajaneddhi, datemi a ricotta appena fatta cu seru”. Certo ormai non sono più così tanto genuini come un tempo. Così come in altre regioni, anche in Calabria stiamo distruggendo l’ambiente e questo si ripercuote su quello che mangiamo, conseguenza diretta di tante malattie e tumori legati a questo maltrattare ciò che ci circonda senza averne rispetto. È davvero un peccato per la nostra bellissima terra. Una terra che ho sempre nel cuore e che, ad ogni mio ritorno, non mi dimentico mai di inginocchiarmi per baciarla. Quando arrivo al ponte della “Pirina” penso: finalmente a casa. In Lombardia sono solo ospite, la mia casa è Sant’Eufemia d’Aspromonte.

Davide Carbone

 

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