Intervista a Rosario Zagari

Riprende il nostro cammino dedicato alle esperienze di vita dei nostri paesani che vivono lontano. Se nella prima intervista, insieme a Nino Siviglia abbiamo affrontato la tematica della partenza e della prima difficile convivenza col “nuovo mondo” del Nord, costruendo con sudore e fatica i primi successi, in questa intervista a Rosario ripercorriamo la stessa via, arrivando ad una persona che negli anni grazie al sacrificio e alla sana ambizione, ha costruito una attività di successo consolidata e duratura nel tempo.

Quando hai deciso di trasferirti, avresti mai potuto immaginare di trovarti nella posizione in cui sei oggi, proprietario di una carrozzeria di oltre 1000 mq quadri e con 10 persone alle tue dipendenze?

No, assolutamente. Il 28 Gennaio del 1992 ricordo bene che era un martedì, il giorno in cui me ne venni qui, e l’obiettivo che avevo fisso in testa era andare al Nord, fare i soldi, e tornare al Sud. Credo fosse un pensiero comune a molti emigranti di quel periodo. Ricordo quando parlai dell’idea ai miei genitori, dicendo che avrei voluto chiudere la carrozzeria qui in paese, andare al Nord, per poi tornare dopo qualche tempo e riaprire la mia attività. Le cose però, andarono diversamente. Con il passare degli anni le ambizioni sono cambiate, ho imparato a guardare alla realtà con occhi diversi, prendendo atto del fatto che qui, è davvero possibile, pur sempre con grande sacrificio, realizzare i propri obiettivi. Qui, un imprenditore che vuole fare l’imprenditore, potenzialmente può far diventare la propria azienda una multinazionale . Può presentarsi la giusta occasione, l’incontro con persone in grado di indirizzarti bene, e non escludo anche un po’ di fortuna, ma tutto concorre a creare i presupposti per diventare quello che vuoi; tutto sta nelle tue mani. Certamente ho avuto modo di maturare questa idea solo con il passare degli anni, grazie alle esperienze vissute in questi luoghi, per via delle quali ho potuto prendere coscienza di quanto, ormai, fossi distante dalla mia idea iniziale di sfruttare il Nord come trampolino per poi ritornare nella mia terra. Nel pensare adesso agli obiettivi che mi ero preposto, mi rendo conto di quanto si trattasse di una prospettiva influenzata fortemente dall’ingenuità della mia giovane età, oltre che dall’imprevedibilità di luoghi non ancora conosciuti.

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Allora in che modo, un giovane ingenuo venuto dal sud è riuscito a diventare imprenditore?

Ricordo tutto con grande chiarezza: Arrivai Martedì, il Mercoledì andai a comprare una 127 special per potermi spostare, Venerdì mi mostrarono il tragitto per andare in una carrozzeria, Sabato mattina andai per la giornata di prova e il Lunedì successivo iniziai a lavorare. Lavorai lì per 4 anni dopo i quali però, quel posto, cominciò a non bastarmi. Fu così che per un breve periodo decisi di lavorare in un’altra carrozzeria, che mi avrebbe fornito anche una retribuzione più alta. Dopo i primi anni di lavoro, ricordo che decisi di prendere sei mesi di pausa, durante i quali frequentai il corso e superai gli esami per diventare perito assicurativo. Non mi dedicai però a questo nuovo mestiere, perché mi fu offerto il ruolo di responsabile tecnico presso una nuova carrozzeria e così, per i successivi quattro anni, mi dedicai a quella mansione, con la speranza che un giorno, avrei potuto averne una carrozzeria tutta mia. Purtroppo, senza una base economica molto salda, era molto difficile riuscire ad ottenere un capannone, così, per un breve periodo, lavorai in uno studio peritale a Bergamo. Passò un mese prima di capire che quello non era il lavoro che faceva per me. Pensai anche di fare ritorno in Calabria, dopo 12 anni, pensando di poter lavorare come consulente di infortunistica stradale, per questo presentai la mia istanza al tribunale di Palmi. La sorte però ha voluto che le cose andassero diversamente: proprio nello stesso periodo, un capannone proprio qui a Villasanta, si rendeva finalmente disponibile, e sebbene avessi ricevuto esito positivo dalla richiesta fatta a Palmi, l’istinto mi disse di cogliere l’attimo: in cuor mio sapevo di voler rimanere qui, per iniziare una nuova avventura, la mia, come imprenditore. Da quel momento mi sono dedicato alla mia avventura con una grande desiderio, l’ambizione di crescere, di migliorare e di lavorare sodo. Ho cominciato con un dipendente soltanto; poi la volontà di fare accordi commerciali con compagnie, con aziende, fino ad arrivare ad oggi.

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Quindi il segreto per farcela è avere fortuna, o ci sono delle doti che bisogna possedere per riuscire a realizzare quello che si desidera?

Prima di tutto ci vogliono ambizione e volontà. Bisogna essere decisi su quello che si desidera ottenere. Più grande è la determinazione, con maggiore forza si arriva al suo realizzarsi; se al contrario non c’è una forte convinzione alla base, non la di otterrà mai. Per ciò che mi riguarda, non ritengo di essere pienamente realizzato, anzi desidero crescere sempre più, perché grande è l’ambizione che mi guida.

Io ho sempre guardato con molta ammirazione le persone che come te sono emigrate dal sud con poco e niente, e qui sono riusciti a costruire qualcosa. Senti di essere un esempio, una fonte di ispirazione magari per i giovani che vorrebbero intraprendere quella strada?

Credo che, ad essere di esempio, debba essere la determinazione comune alle ambizioni nutrite da me e tutti gli emigrati della mia generazione. Oggi, con la mia attività, sono entrato a far parte di un consorzio di 35 carrozzerie, alcune più piccole della mia altre più grandi. Ecco, io non guardo mai a chi mi sta dietro, ma punto sempre a quelle più grandi della mia per provare a raggiungerle. Quindi credo che questa continua voglia di migliorare debba servire da esempio. Però c’è da dire una cosa: oggi il mondo è più piccolo, le distanze si sono accorciate, i tempi si sono ridotti, la potenzialità di arrivare a migliaia di persone sfruttando il web è una possibilità concreta; e ciò rende il tutto più semplice rispetto a decine di anni fa. Tuttavia sembra che manchi un qualcosa a molti giovani, quasi una scintilla in grado di accendere le loro potenzialità. Quando parlo con la gente e soprattutto con i giovani che vivono in Calabria, non ci si riesce a capire a proposito di alcune tematiche e, spesso, la risposta che ricevo è che si tratti di qualcosa di impossibile da realizzare, mentre invece, per via dell’esperienza di vita ventennale vissuta qui, so che in realtà non è così. Quando avevo la mia carrozzeria in paese, avevo 23 anni, fui l’unico ad avere un dipendente regolare, e non il ragazzino che viene a fare l’apprendista, così come fui l’unico ad aver aperto un subagenzia assicurativa, presso la quale, via via, molte persone crearono le loro polizze fino a farmi raggiungere un portfolio clienti di oltre 300 milioni delle vecchie lire. Quando scelsi di trasferirmi e cedere la subagenzia a un’altra persona, nel giro di un anno o poco più, subì un radicale peggioramento perché non solo non si riusciva a mantenere i vecchi clienti, ma non c’era nemmeno l’ambizione di cercarne di nuovi.

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Su questa tua considerazione mi pongo una domanda: è possibile allora che tutti i “Femioti” che possedevano quella cosiddetta scintilla, siano stati tutti “Femioti” poi trasferiti? E che quindi tutti coloro rimasti giù in paese siano sprovvisti di questa scintilla?

No, possiedono ancora quella scintilla, solo affievolita. Paradossalmente la strada che io ho intrapreso potrebbe essere stata la strada più semplice, se pur comunque rischiosa, perché indirizzata in un luogo in cui ci sarebbero state più opportunità, senza lottare per fare la stessa cosa nella mia terra. Chi è rimasto giù credo l’abbia fatto o per paura, o per non correre rischi, o perché stavano bene, o più semplicemente perché si sono adagiati con quello che avevano senza avere quella sana ambizione di volere di più. Poi però alcuni di loro hanno iniziato a vedere il problema solo nel corso degli anni.

Spostiamoci più sull’identità calabrese che possiedi. Tu non ti fai problemi a esternare quello che è il calabrese in te, sia nella vita quotidiana che al lavoro. Come ti sei trovato da calabrese al nord?

Non sono mai stato discriminato per la mia origine. Ho sempre lavorato con la gente del Nord senza alcun problema. Sono sempre stato rispettato e sempre ho rispettato gli altri. Credo che indipendentemente da dove tu venga, la gente capisca subito se sei una persona onesta o disonesta, rispettandoti nel primo caso e scansandoti nel secondo. Per la mia prima esperienza in territorio lombardo, io sono stato il dipendente di Giuliano, brianzolo onesto molto conosciuto qui a Villasanta. Dopo essermene andato, per la gente rimanevo comunque il dipendente di Giuliano, dipendente di una persona onesta e quindi mi consideravano si calabrese, ma calabrese onesto e per questo credo ammirato e rispettato. Mi hanno visto come un gran lavoratore, mi hanno visto crescere e oggi raccolgo i frutti di tutto questo. E quindi vengo considerato un Villasantese a tutti gli effetti.

Ti senti più Villasantese o Eufemiese?

Non ho ancora superato quel confine. Forse tra qualche annetto arriverò al confine tra queste due identità. Il meridionale che emigra, solitamente lo fa perché ha una volontà di crescita e una volontà di ribellarsi a un qualcosa che non ha potuto avere nella propria terra, una terra nella quale si sente stretto, e quindi se ne va per cercare di fare qualcosa di buono. Non te ne vai per poi ritornare senza aver fatto niente. E credo che questo aspetto sia un tratto caratteristico del calabrese.

A volte mi è capitato di percepire un senso di vergogna in alcuni calabresi del nord nel rappresentare le proprie origini. Tu Sei fiero di essere calabrese?

Ogni anno nel mese di Dicembre, faccio arrivare 30 kg di torrone dalla pasticceria Vizzari, e ogni cliente che in quel periodo entra in carrozzeria è obbligato a gustare il torrone di Sant’Eufemia d’Aspromonte! Quindi orgoglioso di essere calabrese ma ancor più di essere “Femioto”. Anche in vista dei regali natalizi, provvedo a far arrivare il torrone di Sant’Eufemia, e sapessi in quanti lo aspettano! Alla domanda se mi sento fiero di essere calabrese ti rispondo chiedendoti, Perché non dovrei esserlo? Cosa hanno di brutto i calabresi? Sono come tutte le altre persone. Ci sono persone disoneste in Calabria così come ci sono a Monza, a Villasanta o altrove. Quindi perché mi dovrei vergognare di essere calabrese? Anzi io rappresento la Calabria e vado fiero di questo. Non provo vergogna nel parlare il dialetto davanti ai clienti o a ostentare il mio carattere allegro e socievole da calabrese. E quando insieme all’associazione di cui faccio parte, realizziamo uno spettacolo teatrale in lingua calabrese sulla cultura calabrese, consegno gli inviti a partecipare a tutte le persone che passano dalla mia carrozzeria.

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A proposito del calabrese che è in te, fai parte del direttivo dell’associazione Mediterranea Magna Grecia, puoi dirci com’è nata e in cosa consiste la vostra attività?

Io, come tutti i calabresi credo, ci siamo resi conto del fatto che alla Calabria manchi realmente qualcosa, e tutti vorremmo guardare alla nostra regione come la Lombardia, economicamente, a livello lavorativo, di infrastrutture, vorremo che non ci fosse questo enorme divario che spinge poi molti calabresi a emigrare. E cosa possiamo fare? Innanzitutto cominciamo col rappresentare la Calabria in Lombardia. Questo non vuol dire andare in giro per le strade con organetto e tamburello a cantare e suonare, ma è necessario trovare un modo diverso. Un giorno, con varie persone, sia paesane e sia da altre parti della Calabria, ci siamo incontrati, abbiamo fatti vari incontri per conoscerci, per capirci, perché già non è facile creare un qualcosa, figurarsi senza conoscersi e senza andare d’accordo. Dopo una serie di sedute abbiamo trovato dei compromessi e ed così che è nata l’associazione Mediterranea Magna Grecia con stipula davanti a notaio. Da quel giorno, sono già trascorsi 11 anni, è partita questa bella avventura che si è contraddistinta nella realizzazione di vari eventi, spettacoli, manifestazioni di carattere culturale, il tutto per cercare di rappresentare e promuovere al meglio la nostra regione proprio perché questo è il nostro scopo, ossia quello di creare un legame tra queste due terre. L’associazione non nasce solo per i calabresi come testimoniato dai vari tesserati di origine settentrionale presenti nella nostra associazione, i quali, spesso ammaliati dal fascino calabrese, mi chiedono perché la Calabria, una terra così meravigliosa e ricca di bellezza, non riesca a decollare come dovrebbe e come abbia fatto un’altra regione che ha molto meno bellezza come la Lombardia; e a questa domanda purtroppo io non so rispondere.

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In tutta la provincia di Milano e di Monza vi è una grande presenza di “Femioti” emigrati nel corso degli anni. Com’è il rapporto con loro? Esiste una quotidianità?

Nei primi anni era molto più facile, si sentiva nell’animo la necessità di vedersi e condividere un po’ del proprio tempo con i paesani, un modo per sentirsi anche meno soli. Poi col passare degli anni, acquisendo amicizie e contatti nuovi, questa necessità è andata un po’ scemando, perché piano piano si comprende che anche una persona del Nord, può offrirti, a livello personale, legami importanti, da non sentire più il desiderio di ritrovarsi esclusivamente con qualcuno del Sud. Oggi non ci sono occasioni frequenti per potersi ritrovare con i paesani, se non nel periodo natalizio per una partita a carte. Rimane sempre il rapporto coi “Femioti” emigrati ma purtroppo è il tempo che manca. Questo perché, ahimè, siamo ormai stati assimilati dalla mentalità del “nord”, tanto legata al lavoro da non trovare il tempo per fare altro: dovremmo andare tutti dal medico a farci curare.

Credi che riusciresti a trovarti bene se, oggi, dovessi decidere di trasferirti nuovamente in paese?

In paese, la vita, è un compromesso di regole. Tornare per un mese di vacanza lo accetti, per sei mesi inizia a diventare un problema, ma per tutto il resto della tua vita o cambi te stesso, o starai male. Non puoi cambiare la mentalità di una popolazione di 4000 abitanti a tuo piacimento, sei tu che, infine, ritieni opportuno adattarti. E anche quando torni per brevi periodi di vacanza, avverti una qualche forma di costrizione nell’adeguarti, perché non si riesce a raggiungere un compromesso. La vita al nord si vive con un maggiore rispetto della regola, della riservatezza. A Sant’Eufemia d’Aspromonte invece ti trovi a dover convivere con un paese intero: compri un cellulare e poi ti viene chiesto perché l’hai comprato blu e non rosso, poi perché hai scelto un marchio piuttosto che un altro, e così via. E tu devi cercare di far capire un concetto: sarò libero i mi ccattu nu telefunu comu cazzu vogghiu eu??!!

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Tu hai vissuto la tua infanzia a Sant’Eufemia d’Aspromonte, i tuoi figli qui al nord. Credo che sia a livello di tempo che di luogo esistano delle enormi differenze, sei d’accordo?

Io credo che i ragazzi di giù vivano molto di più quella che è la quotidianità della vita. Sono più spontanei e naturali nel capire quelle che sono le regole di vita, maturando più in fretta. Al contrario, qui al nord, la mia impressione è che maturino dentro una sfera di cristallo in cui sono protetti. E il modo di maturare che si riesce ad apprendere in paese poi serve negli anni e rende più preparati alla vita. Mia figlia ha vissuto vari periodi di vacanza giù in Calabria e quindi parzialmente ha preso quelle caratteristiche e quelle nozioni che le serviranno nella vita. Posso dire di sentirmi tranquillo nel vivere la mia attività insieme ai miei figli e condividerla con loro anche dal punto di vista lavorativo; conosco bene la loro mentalità, predisposta al business, ma con un vantaggio in più: loro sono i figli di un periodo segnato dai grandi progressi nella tecnologia e nella comunicazione, e meglio della mia generazione, sanno come poter vivere un’attività lavorativa al passo con questi cambiamenti. Per questo motivo che sono sicuro che saranno in grado di continuare in modo ottimale l’attività di famiglia.
Non invidio niente all’infanzia vissuta al nord, anzi ricordo con grandissimo affetto e nostalgia la libertà che ai miei tempi noi bambini Eufemiesi avevano, andando a giocare ovunque in mezzo alle piazze, alle strade, senza avere alcun impedimento.

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Concludiamo questa intervista con una piccola curiosità: come molti “Femioti”, anche tu hai un soprannome, la cosiddetta ingiuria. C’è chi la propria la ama e ne va fiero, chi la disprezza, e chi ne è indifferente. Tu sei Saro l’Africano, ti piace?

Non mi dà alcun fastidio anzi, ne vado fiero. Su Whatsapp abbiamo addirittura il gruppo degli “Africani” con tutti i parenti coi quali ci sentiamo spesso. Molti pensano che il soprannome l’Africano sia accentuato in modo dispregiativo, ma non è così. In realtà, dagli aneddoti che mi hanno raccontato, la sua origine deriva dal bisnonno di mio padre, ossia il mio trisnonno. Quando ci fu la guerra in Etiopia, il mio trisnonno fu ferito in battaglia, quindi congedato e rispedito a Sant’Eufemia d’Aspromonte … quando l’Italia vinse la guerra, ci furono festeggiamenti in tutta la nazione, e anche nel paese. Poiché lui fu l’unico Eufemiese combattente ad aver prestato servizio in quella campagna militare, fu messo su una sedia, girato e osannato per le vie del paese, e proprio per il luogo in cui la guerra fu combattuta, l’Africa, gli diedero il soprannome di Africano.

Davide Carbone

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