Intervista a Nino Siviglia

Ben ritrovati cari lettori. Dopo l’articolo del mese scorso con il quale ho provato a dare una visione personale sul nostro paese e con cui introducevo questa nuova rubrica basata sull’intervistare tutti i vari Eufemiesi che per scelta o per necessità hanno deciso di lasciare il proprio paese, adesso è arrivato il momento di intraprendere questo percorso.

La prima intervista di questa nuova rubrica riguarda Antonino Siviglia. Probabilmente molti di voi lo conosceranno, ragazzo solare e simpatico di 27 anni che, circa 5 anni fa, ha preso la decisione di cambiare la sua vita e trasferirsi a Origgio, piccolo centro del Varesotto a due passi da Saronno. Con lui ho deciso che il tema fondamentale da affrontare fosse il lavoro. Sì, perché lui è un gran lavoratore e leggendo le sue parole potrete capire con quale spirito e con quanta intraprendenza si è affacciato in questa nuova realtà. L’intervista non è brevissima devo ammetterlo, ma posso assicurarvi che è molto scorrevole e Nino è riuscito a far emergere davvero molte cose interessanti e inaspettate su cui sarebbe bello che voi lettori vi esprimeste a fine lettura. Buona intervista.

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Quali sono state le difficoltà che hai trovato non appena ti sei trasferito?

I primi mesi, nonostante vivessi con i miei zii e i miei cugini, sentivo molto la mancanza dei familiari e degli amici. Ero in un posto nuovo dove non avevo amicizie e per di più le persone mi sembravano tutte fredde e distaccate, ma col tempo capii quanto tutto ciò fosse soltanto un mio pregiudizio. Ovviamente all’inizio c’è stata difficoltà nel capirsi e nel convivere quotidianamente con certi comportamenti, ma poi se c’è la volontà di andare d’accordo ci si capisce… Tutt’oggi infatti mantengo degli ottimi rapporti di amicizia con persone che ho conosciuto solo dopo essermi trasferito qui a Origgio.

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La differenza climatica è stato un altro ostacolo da superare. Ricordo che una sera, finito di lavorare in pizzeria, erano le 23:00, la temperatura era scesa a -13°. In più quell’anno ricordo tante nevicate qui al nord, e mi colpì il fatto che a differenza del nostro paese dove quando nevica tanto si blocca tutto e quasi si azzera ogni attività sociale, Origgio non era stata paralizzata dalla neve e anzi quella mattina sarei dovuto andare a lavoro, quando dopo aver visto più di 20 cm di neve dalla finestra tornai a dormire pensando che l’azienda fosse rimasta chiusa quel giorno… poco dopo squillò il telefono ed era il mio responsabile che si chiedeva come mai non mi fossi presentato quella mattina e io dovetti prontamente giustificarmi inventando una scusa, vestirmi e andare subito in ditta.

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Ovviamente sei subito venuto a contatto con quelli che sono i modi e i ritmi di vita di una città ma, più nello specifico, della vita quotidiana nel nord Italia: com’è stato l’impatto?

I ritmi del nostro paese sono molto più rilassanti, ti godi qualsiasi cosa con più tranquillità e credo molto sia dovuto anche al modo di approcciarsi col lavoro: se lavori in modo tranquillo e pensi al lavoro come una cosa da fare fissando però dei limiti temporali oltre i quali non andare è un conto, se invece decidi di lavorare e fare sempre di più, questo ti porta a vivere tutto freneticamente senza avere tempo per te stesso: ad esempio ci sono alcuni giorni della settimana in cui alle 8 di mattina sono in fabbrica e lavoro fino alle 17, poi torno a piedi a casa che fortunatamente è vicina, mi faccio una doccia veloce e faccio le corse per riuscire ad essere alle 18 al ristorante dove svolgo un secondo lavoro… il tutto per finire e ritornare a casa verso le 23 passate… prima di trasferirmi non avrei mai pensato che un giorno avrei condotto uno stile di vita con dei ritmi simili.

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Forse è anche vero che di quei pochi momenti liberi che si hanno qui si riesce a goderne maggiormente al contrario di giù dove magari può capitare di averne così tanti da non saperne cosa fare o passare il tempo a far niente. E credo non c’entri nulla il fatto che qui sono tra Como e Milano dove potenzialmente posso soddisfare qualsiasi bisogno o necessità… Mi piace qui ma preferisco il mio paese, la mia campagna, il mio Aspromonte… anche perché queste reali opportunità poi non le sfrutti veramente a pieno, almeno personalmente. Anche se vai a farti un giro a Milano, non ci vai con l’ossessione di fare le migliaia di cose che la città ti offre, al massimo ti fai una passeggiata al Duomo o ai Navigli e non è niente di diverso da quello che fa chiunque in visita a Milano per un giorno o due. Non hai il tempo di fare tutte quelle cose! Il lavoro al sud lo si vive in maniera molto tranquilla e rilassata mentre al nord in modo molto agitato e spasmodico… e ormai lo faccio anch’io.

Visto che sembra qui ci sia solo il tempo di lavorare parliamo di lavoro! Quando ti sei trasferito hai dovuto affrontare le problematiche della ricerca di un lavoro e, anche dopo averlo trovato, è stato comunque un vivere delle nuove esperienze rispetto alle realtà di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Quali differenze hai trovato?

Cercare lavoro giù non è un cercare vero e proprio, è accettare qualche proposta che ti arriva tramite qualcuno! Spesso è un tuo familiare, un tuo amico o conoscente che ti propone qualcosa proprio perché sa che sei alla ricerca. Almeno questo è quello che ho potuto vedere io. Qua invece è totalmente differente. Io ho stampato centinaia di curriculum e sono andato a consegnarli ditta per ditta, porta per porta, e ho visto che il cv cartaceo viene considerato molto di più della semplice candidatura via mail che spesso finisce nel cestino senza essere neanche aperta; addirittura io non mi accontentavo di lasciarlo nella buca delle lettere delle varie ditte, ma citofonavo per cercare un rapporto umano con qualcuno a cui potessi lasciare direttamente in mano quel foglio di carta. Prima ancora mi ero affidato a un’agenzia interinale tramite la quale ho fatto le mie prime esperienze lavorative ma nonostante lavorassi ho continuato a mandare cv (un quartiere al giorno) andando personalmente nelle aziende e tutto ciò mi ha permesso di arrivare dove sono adesso.

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Per quanto riguarda il lavoro vero e proprio, nelle mie esperienze calabresi mi è successo di lavorare spesso per molte più ore del previsto senza che mi fossero riconosciuti gli straordinari e addirittura di aspettare mesi e mesi prima di ricevere lo stipendio… o addirittura di essere pagato in nero e con una paga davvero misera. Qui invece le prime esperienze tramite agenzia sono state del tutto regolari, con stipendio base dignitoso, contributi pagati, insomma come dovrebbe sempre essere. Per non parlare del fatto che qui stanno molto attenti alla sicurezza sul lavoro, a far rispettare regolamenti interni e norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Voglio condividere con te e con i lettori una mia considerazione e sapere cosa ne pensi. Si sente spesso in tv parlare di quei giovani che preferiscono starsene a casa piuttosto che andare a cercare un lavoro. Oltre ad avere delle scuse, alcune giustificate e altre solo mere, sta di fatto che in molti si concedono e si possono concedere questo lusso. Sembra quasi che il lavoro spaventi i giovani. Eppure penso come tanti anni fa il calabrese o più in generale il meridionale, venisse identificato dagli abitanti del nord in due possibili figure: o quella del delinquente o quella del mulo da lavoro. Tralasciando la prima, mi sembra che questa cultura del lavoro da parte del calabrese sia andata un po’ persa, forse anche perché non è stata tramandata come si deve dai genitori. Sarò più diretto: se un ragazzo impiega 10 anni per laurearsi in una triennale o spende il proprio tempo da disoccupato facendo tutto fuorché cercare lavoro, la colpa principale è dei genitori che glielo permettono, oltre che del ragazzo stesso. Cosa ne pensi?

Non so se è corretto generalizzare perché comunque ci sono molti giovani che si impegnano nella ricerca di un lavoro. Per esempio al ristorante dove lavoro la sera c’è un ragazzo molto giovane che fa le consegne a domicilio e aiuta nel locale, è di buona famiglia, e nonostante l’impegno universitario ha deciso di trovarsi questo lavoretto per essere responsabile e non pesare sulle spalle dei propri genitori. Però è anche vero quello che dici tu e sono d’accordo col fatto che i genitori giochino un ruolo fondamentale in questa vicenda. Ed è anche vero che sembra i giovani non guardino al lavoro come uno strumento positivo che permetta loro di realizzare i propri sogni ‒ che sia un viaggio, una casa o un macchina nuova ‒ vedono il lavoro come una imposizione e ciò può spaventarli. Il lavoro è una fatica che va fatta per perseguire il proprio scopo e quando non si lavora ma si ha lo stesso tutto quello che si vuole, ci si abitua ai soldi facili. Tutti i viaggi che faccio o gli oggetti che mi compro sono derivati dal sudore e dalla fatica. Quando non è così, capita che i giovani si facciano attirare dal guadagno facile e si lascino tentare anche da vie illegali perché molto più comode e facili rispetto all’andare a lavorare.

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Riprendendo un po’ quello che mi hai detto prima ti pongo a un bivio: vivere per lavorare o lavorare per vivere, quale delle due?

Onestamente ti dico che i primi tempi qui, quando non avevo nessuno oltre ai miei zii, ai miei cugini e a te che ci vedevamo ogni settimana, pensavo fosse un spreco non investire tutto il resto del mio tempo e delle mie energie nel lavoro; non avendo con chi andare a bere una birra o fare una passeggiata, ho concentrato tutto per raggiungere tramite il lavoro e l’impegno, gli obbiettivi che mi ero prefissato. Quindi era sì un vivere per lavorare, con l’ottica però che per uno o due mesi all’anno potessi realizzare quello che più desideravo… ed è quello che sto continuando a fare tutt’ora.

Quindi è importante avere degli obbiettivi soprattutto quando si emigra?

È fondamentale, altrimenti non hai gli stimoli per continuare a condurre quel tipo di lavoro e sacrificio lontano dalla tua famiglia.

Facciamo un salto di 15 anni nel futuro, sei sposato con figli. Vorresti dare quell’impronta di cultura calabrese ai tuoi figli oppure no?

È essenziale. È essenziale che i miei figli si identifichino come calabresi, con genitori meridionali che si sono dovuti trasferire al nord. Quando il 6 Giugno finisce la scuola loro dovranno essere su un aereo il 7 mattina per scendere giù. Vorrei davvero tanto che vivessero quelle esperienze di vita che ho vissuto anch’io in paese, conoscendo la nostra cultura e il nostro modo di essere e che tutto ciò possa far parte di loro. Purtroppo e molto probabilmente loro nasceranno, cresceranno e vivranno la loro vita qui al nord per una forzatura che noi genitori per motivi lavorativi saremo costretti ad imporre loro… però sono sicuro che riuscirò ad infonderli un po’ di “Calabresità”!!!

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Crescendo si cambia, si sa, allora ti chiedo quanto e in che modo sei o ti senti cambiato da questi anni trascorsi qui al nord?

Sono cambiato in tutto e completamente! Forse non ho tenuto niente di quello che ero un tempo. Non chiedermi cosa nello specifico perché non saprei risponderti. È cambiato il mio modo di pensare in ogni cosa… da come stiamo bevendo questa birra insieme a cosa dovrò fare domani. Totalmente cambiato. Poi la solitudine iniziale mi ha portato a conoscere me stesso più profondamente e anzi a voler scoprire chi fossi realmente. Ricordo che facevo delle passeggiate in solitaria che mai avevo fatto prima in vita mia e mai avrei pensato di fare. Quindi sì, sono cambiato molto, però sono sempre Nino. Quando vado giù la mia famiglia e i miei amici, insomma chi mi vuole bene, percepiscono questo cambiamento ma lo accettano tranquillamente senza che ci siano difficoltà tra noi e anzi forse qualcuno si compiace di questo mio cambiamento.

Siamo alla fine di questa intervista… vorrei chiederti però come ci si sente ad essere un Eufemiese al nord?

Io sono lontano da casa ma mi sento come se avessi trovato una seconda casa qua. Si, io sono emigrato ma non mi sento davvero emigrato. Prendo le sfumature positive delle cose qui, dato il mio animo ottimista, e sono molto grato di quello che questo posto mi ha dato e mi darà in futuro e credo che se non fossi venuto qui me ne sarei pentito. Ricordo che stavo lavorando in paese e un giorno riflettendo pensai che mi sentivo frustrato e senza prospettive, non avevo sbocchi universitari, e quindi decisi che fosse arrivato il momento di un grande cambiamento nella mia vita. I primi 3 giorni da quando dentro di me presi quella scelta furono molto duri anche perché ancora non avevo affrontato la cosa con la mia famiglia che per fortuna mi ha supportato in tutto nonostante ancora oggi, quando torno e riabbraccio mia madre, vedo quella tristezza che solo una mamma che ha un figlio lontano può capire.

Quindi, a parte l’ovvietà della famiglia, degli amici o del cibo per cui noi calabresi siamo molto suscettibili, ma realmente cos’è che ti manca di più di Sant’Eufemia e che non hai la possibilità di avere qui?

“Spremunti”! Il paesaggio che circonda il nostro paese, con tutta la natura che lo contraddistingue e che io dentro di me, semplicemente chiamo casa.

Chiudiamo questa intervista con una domanda che sarà di rito per tutti gli intervistati: potendo parlare a un giovane eufemiese, che consiglio gli daresti?

Fate ciò che vi sentite dentro, sempre. Diffidate sempre dei consigli altrui tranne che dei vostri cari. Siate tenaci e propositivi, sempre. Siate davvero voi stessi gli artefici della vostra vita. Nessuno avrebbe scommesso niente su di me, ho sentito troppo spesso giudizi negativi riguardo le mie scelte, eppure adesso mi ritrovo ad essere responsabile in una multinazionale e direttore in un ristorante!!! Spesso capita di dover abbandonare la propria terra per realizzare i propri sogni, ma ormai viviamo in un mondo troppo piccolo per non sentirsi sempre a casa.

Davide Carbone

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