Un giorno mi innamorai di te

Un giorno mi innamorai di te. Non so dire precisamente quando ciò sia avvenuto; forse quando sdraiato insieme ai miei cuginetti, in una vecchia branda rollata, “parcheggiata” da anni in garage, era abbastanza per raggiungere con la fantasia qualsiasi parte del mondo; forse durante le immancabili mangiate di ferragosto ai “Materazzeddhi”, con annessa pesca dei girini;  o forse quando ogni sera d’estate,  “a chjazza” era talmente piena di persone e bambini che giocavano da non riuscire nemmeno a contarli. Non so quando mi innamorai di te. Forse, quando le pallonate contro il portone della “chiesa o pettu” si potevano udire dalla piazza Municipio; o forse ancora, durante quelle processioni in cui se stavi con la macchina in coda al corteo di certo non riuscivi a vedere i “tamburinari”, e forse nemmeno a sentirli… e chissà per quanti altrettanti motivi vi sarete innamorati voi lettori, o potreste in futuro innamorarvene.

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Estia era per gli antichi Greci la dea della terra, della casa e del focolare domestico. I coloni che lasciavano la Grecia, portavano in dono una torcia accesa al pritaneo della loro città natale. Era dunque protettrice di tutte le città.

Cari lettori, oggi però, il punto sul quale vorrei discutere è un altro. Infatti, non riesco più a capire se sono io a essere ormai diventato troppo grande oppure è il paese di Sant’Eufemia che comincia da un po’ di tempo a diventarmi troppo stretto. Purtroppo, rimane il fatto che l’amore che avevo per questo paese, derivante da una incrollabile ammirazione per ogni suo aspetto, sta lentamente ed inevitabilmente assopendosi. È dura anche solo pensarlo, ma credo che questo sia il peggior torto che Sant’Eufemia potesse farmi.

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Esiste un certo tipo di nostalgia che non dovremmo desiderare di perdere mai. È la nostalgia di casa.

Sono sempre stato un bambino tra i giganti. Osservavo molto e talvolta con occhi pieni di stupore,  ammiravo tutti i “personaggi” di questo paese. I suoi eventi, le parole e gli atteggiamenti dei passanti, dei conoscenti. Tutto ciò caratterizzava le mie vacanze qui in paese ed io, da curioso, cercavo di viverle il più possibile in prima persona. Alcune volte mi capitava di pensare che le persone che incontravo fossero come dei “personaggi eroici”, strani, alcune volte bizzarri, ma comunque sempre le più giuste, forti e coraggiose che io avessi potuto incontrare su tutta la faccia della Terra. Le feste del paese e i fuochi d’artificio poi rappresentavano per me la vera unicità del paese, poichè credevo che così tanto belle e ricche non ne avrei mai trovate da nessun’altra parte. Ma soprattutto, il rispetto e l’osservanza di alcuni comportamenti mi sembravano come un antico codice, scritto nella costituzione morale di ogni persona. Era ciò che teneva insieme questa comunità.

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Il mercato a Sant’Eufemia. Una volta era momento di incontro e di conversazione tra gli eufemiesi. Oggi è ancora così?

Oggi mi sembra che tutto ciò stia svanendo. Credo che una volta ci fosse un certo motivo d’orgoglio nell’ essere “femioti” e, anzi, essere “femioti” significava davvero rappresentare le tante sfaccettature sociali e culturali di Sant’Eufemia. Era quasi come un tratto distintivo di ogni abitante,  che si riusciva a percepire semplicemente dialogando. Forse oggi tutto questo è andato perduto e con esso lo spirito buono e distintivo che ne rinvigoriva i volti e i comportamenti di ognuno. Difatti, il nostro presente si caratterizza di immagini sempre più tristi e cupi, di volti in preda alla superficialità e alla fretta, come rassegnati ad un eterno grigiore. Questo contesto, del tutto disarmonico e privo di qualsiasi bellezza, è ricco di gestualità sgraziata e irrispettosa. Ecco che si innalza il grido di “mi ndi futtu i chidd’atri e i tutti”. Oppure di uno scarno ed egoista “fatti i cazzi toi”. E ancora, sotto questa lunghezza d’onda, il “se ti pozzu futtiri, ti futtu”. Sono questi oggi, i più frequenti atteggiamenti che ho notato, e noto sempre più, nei miei brevi e sempre più saltuari soggiorni in paese. Nel parlare con altre persone e ascoltando discorsi per strada o nei bar, sono riuscito a comprendere come questo cambiamento sia in realtà percepito da molte persone. Ma, o per impotenza o per rassegnazione o per menefreghismo, tutto ciò non viene considerato un problema: ormai è così e amen. Purtroppo, ho notato che quelli che solitamente sono considerati tratti distintivi della vita in una città del Nord, stanno diventando sempre più abitudini anche qui a Sant’Eufemia, piccolo paesino del Sud. Ad esempio, la fretta al volante combinata a stupida dose di spavalderia sta creando delle vere e proprie bombe ad orologeria, poichè è frequentissimo vedere macchine sfrecciare per le viuzze del paese incuranti di poter creare in un qualsiasi momento dei danni irreparabili; e poi, gli occhi dei bambini sempre meno abituati a girare, giocare e conoscere il proprio paese, in quanto hanno attenzione solamente per i pixel dei loro smartphone e tablet.

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Andare o restare? Nella foto Pentedattilo, borgo incastonato tra le montagne aspromontane.

Dunque, questo “isolamento”, combinato ad una eccessiva scabrosità dell’individuo hanno fatto sì che le persone, specie i più giovani, siano incapaci di intavolare una sana conversazione con uno sconosciuto. Taluni arrivano al punto di negare persino un saluto di rispetto incrociandosi per la strada. Io non dico, e non voglio nemmeno immaginare, che tutto ciò sia la regola ormai diffusa in paese, ma ormai è anche fin troppo evidente che non siamo più un paese unito e rispettoso degli altri. Questo è ovviamente un mio pensiero, forse anche forzato e debole, data anche la mia poca permanenza a Sant’Eufemia. Dico però, che conosco molto bene tutti gli aspetti tipici della città del nord, poichè da quest’ultima ogni anno scappavo, proprio per venire a Sant’Eufemia, alla ricerca di un “ristoro”, di un “toccasana” capace di disintossicarmi da tutta quella freddezza. Adesso, questo non riesco più a farlo, almeno non più completamente come prima. Forse, in buona sostanza, da bambino ero semplicemente troppo ingenuo e guardavo le cose con occhi senza dubbio diversi. Nonostante ciò, non riesco a smettere di pensare che se nei decenni Sant’Eufemia sia profondamente cambiata sul piano del decoro urbano e delle costruzioni, rifacendosi con palazzi nuovi, con una viabilità più scorrevole, con piazze e monumenti più moderni, abbia in realtà smarrito tutta la sua bellezza interiore, la quale faceva di Sant’Eufemia d’Aspromonte la ragazza perfetta da sposare. Certo,  non tutto è da buttare, perchè per fortuna esistono ancora delle realtà di aggregazione sana e genuina, ove tante persone hanno la possibilità di trascorrere del buon tempo insieme. Si pensi al Terzo Millennio, all’ACR, all’Agape. Si tratta di famiglie che hanno deciso di costruire qualcosa insieme per migliorare il paese. Il mio è un semplice punto di vista, che ritengo però importante al pari di coloro che vivono qui. Per questo motivo proveremo a raccontare nei prossimi mesi le opinioni e i racconti di vita dei tanti emigranti, i quali pur essendo “femioti” nel cuore, nell’animo, o più semplicemente anagraficamente, ci daranno il loro giudizio sul paese, su come è cambiato, su cosa è andato perduto e su come migliorarlo. Soprattutto racconteremo cosa li ha spinti ad andare via e come oggi vivono questa lontananza. Spero che le parole che ascolteremo dai tanti eufemiesi che vivono fuori possano essere motivo di riflessione per tutti gli eufemiesi che invece Sant’Eufemia la vivono ogni giorno.

PS: a proposito di rispetto altrui, nonostante la neve e il gelo, il freddo non ha fermato l’ignoranza e la mancanza di educazione che contraddistingue alcuni abitanti del nostro paese che continuano imperterriti a gettare i rifiuti laddove non si deve, e non pensando… o fregandosene del fatto che cani e gatti randagi sentendo odore di cibo vadano a rompere i sacchi sparpagliando rifiuti ovunque. E così come è colpevole chi agisce, è colpevole allo stesso modo chi non agisce per impedire che avvenga un’azione sbagliata.

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Sappiamo cosa deve essere fatto: tutto ciò che manca è la volontà di farlo. 

                     Davide Carbone

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