“U terramotu”: quanto questo evento ha cambiato la nostra comunità

Nel ripercorrere il solco della poesia dialettale che abbiamo voluto tracciare mi sono imbattuto in quella che per me rappresenta ancora una volta, come il famoso “arbiru anticu”, una questione del tutto personale. Se l’arbiru anticu mi toccava per la recitazione del mio caro nonno Francesco, la poesia “U terramotu” a firma Diego Tripodi altro non è che un balzo un po’ più in là nel tempo nella mia generazione. Diego Tripodi è il mio trisavolo, nonno del mio nonno Ciccio.
La poesia “U terramotu” invece, è una profonda descrizione della tragedia che fu il terremoto del 1908, che devastò il nostro paese, l’intera provincia di Reggio e Messina. Attimi di terrore e di paura, che hanno segnato per sempre la storia delle famiglie eufemiesi. Rileggendola, mi sono soffermato in maniera particolare sul verso dedicato proprio al nostro paese. L’autore, infatti, parla di Sant’Eufemia come centro di “peni e guai”, sottolineando come oltre duemila concittadini persero la vita in quel sisma e come una tale tragedia non si fosse mai vista prima nel nostro paese.

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Da qui, la mia idea di rivisitare questa poesia in modo da dare l’opportunità, soprattutto ai giovani e ai bambini, di poter conoscere l’evento che forse, insieme alle due guerre mondiali, ha più cambiato la storia recente di Sant’Eufemia. Sia nella sua composizione urbana, (interi quartieri furono distrutti e molto si dovette ricostruire da zero, tra cui anche la chiesa di Sant’Ambrogio, costruita dai milanesi che offrirono aiuto e soccorso alla nostra comunità) sia soprattutto per il segno che lasciò nella coscienza collettiva del nostro paese.
Infatti, anche se così lontano, il terremoto del 1908, ha rappresentato, come quello del 1783, uno spartiacque per la storia eufemiese. Dai racconti di mio nonno, molte volte mi sfuggiva il valore delle sue parole, di quel racconto semplice ma dettagliato, ricco quasi come fosse un testimone di chi quegli attimi in realtà non li aveva vissuti ma sentiti accuratamente da chi invece li subì impotente. Ho pensato dunque che ci potrebbe essere un collegamento con la profonda paura che molti eufemiesi hanno del terremoto.
Ho sentito molto al riguardo, con la fantasia e la superstizione che molto spesso si mischiavano a dei comportamenti ritenuti da me veramente ingenui o addirittura buffi, ma molto significativi. Dalla vecchietta rassegnata che va a dormire tranquilla “tantu se veni forti ndi leva”, alla mamma premurosa che mette i vestitini dei suoi figli ai piedi del letto, pronti a dileguarsi in una pazza e disperata fuga, finanche a chi in estate al minimo movimento della terra si precipita nelle piazze o al campo, magari saltando anche dalla finestrella del primo piano col pigiama di lino.
Tutto ciò non ha fatto altro che stuzzicare la mia curiosità, poiché curioso, appunto, di comprendere perché per molti paesani la paura del terremoto sia cosi forte e in certo senso atavica. Ovviamente non sono in grado di poter rispondere con certezza alla mia ipotesi e perciò non sono nemmeno in grado di stabilire se effettivamente vi sia un collegamento diretto tra i sismi del 1783 e del 1908 e la paura collettiva che vivono gli eufemiesi nei confronti del terremoto.
Per dare conferma o smentita alla mia tesi servirebbero degli esperti, magari l’illustre C.G. Jung, che parlò proprio di inconscio collettivo come comune a tutti gli uomini, riferibile nel nostro caso alle nostre radici culturali. Ma non è questo il vero obiettivo del mio articolo. Infatti, partendo proprio dal forte legame che in un certo qual modo lega gli eufemiesi e Sant’Eufemia al terremoto, vorrei invitare tutti noi a riflettere sulla possibilità di creare un monumento alla memoria delle vittime dei sismi del 1783 e del 1908.
Un monumento che rappresenti non solo il nostro cordoglio verso i nostri avi, ma anche un momento di rielaborazione e comprensione della nostra memoria e della nostra storia, figlia di due eventi che inevitabilmente hanno segnato la storia recente del nostro paese. Nel porre dunque questo invito, confido nella collaborazione delle istituzioni, ma soprattutto nella riflessione di ogni eufemiese su ciò che “U terramotu” ha lasciato nel nostro modo di essere, di vivere la paura e le tragedie della vita, nonché sulla nostra capacità di rialzarci e di rinascere sempre.

Francesco Martino

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